Mirrors For Psychic Warfare – I See What I Became

Recensione del disco “I See What I Became” (Neurot Recordings, 2018) dei Mirrors For Psychic Warfare. A cura di Matteo Baldi.

L’ascolto di un disco come “I See What I Became” non può che lasciare stupefatti e attoniti per un tale dispiegamento di energia creativa, innovazione e disagio sonoro. Rispetto alle precedenti uscite il groove è più presente, sotto forma di beat elettronici claudicanti ed insistenti, anche le linee vocali sono più presenti ed in generale più melodiche ma sempre molto profonde e con un vago sapore sciamanico ed esoterico.

È un percorso in una boscaglia di frequenze quadre ed incursioni soniche industriali e dissonanti, può essere un po’ azzardato ma il paragone con i Portishead secondo me può reggere per la stessa intenzione di costruire una musica che sia ambientale e avvolgente ma allo stesso tempo densa di significato e per l’utilizzo avveniristico di suoni non solitamente attribuibili ad un a formazione a band. Mi vengon in mente I NIN o i Depeche Mode, più per assimilazione sonora che per intenzione; i Mirrors For Psychic Warfare tuttavia hanno rispetto ai primi più sperimentazione e una forte tendenza all’ipnotismo, rispetto ai secondi più malignità nelle scelte armoniche e timbriche. È stata una sorpresa, mi aspettavo 40 minuti di ambienti laconici e stridenti invece mi trovo a seguire con grande interesse l’evolversi di ogni traccia, incatenato ad ogni pezzo come la vittima di un’efferata tortura e allo stesso carnefice per il piacere che mi provocano le ferite irregolari sulla pelle e per il desiderio che le lame penetrino ancora più in profondità.

L’ascolto è estatico ed estremamente piacevole cosa rara per un progetto così sperimentale, credo grazie al fatto di aver inserito delle ritmiche vicine all’elettronica; è infatti più facile seguire lo svolgersi degli ambienti che mantengono intatti i loro tratti foschi ed abrasivi senza scadere nel banale o nel già sentito e soprattutto senza annoiare. Scott Kelly dichiara che il songwriting si è evoluto rispetto ai lavori precedenti, non posso che concordare e dare merito ad un disco che si posiziona in alto nella graduatoria dei miei dischi preferiti del 2018. “I See What I Became” è come un film, porta con sé delle immagini così definite da essere distinte chiaramente, ci vedo una prigione, una distesa sconfinata di celle, con le inferriate rovinate e arrugginite, senza tetto, solo sbarre verticali altissime che vanno a conficcarsi nelle nubi grigie e giallognole di un cielo malato e infernale.

Come guardie, occasionali venti lenti e radioattivi pattugliano la landa desolata portando polvere, detriti e sbattendo le numerose catene che stridono producendo suoni agghiaccianti e sinistri. I corpi deformi dei detenuti sono martoriati per l’eternità e le grida di disperazione e i lamenti e i pianti riempiono l’aria plumbea di morte e zolfo, non c’è nessuna redenzione, nessuna speranza solo un grande limbo infinito di dolore.

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