Cloud Nothings – Last Building Burning
Recensione del disco “Last Building Burning” (Wichita Recordings, 2018) dei Cloud Nothings. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Che mina è il nuovo album dei Cloud Nothings? Quando si dice che l’urgenza è il Primo Motore Immobile dell’alt rock tutto non si dice una cazzata, e i ragazzi di Cleveland sembrano saperlo benone perché a nemmeno un anno dall’ultimo, carino benché tiepido “Life Without Sound” se ne escono con questo “Last Building Burning” e non c’è fretta cattiva consigliera che tenga, semmai è proprio il contrario.
A sentire il frontman Dylan Baldi è proprio la mancanza della pesantezza a lui cara in questo benedetto mondo alt-rock a far prendere al quartetto la decisione di tornare in studio, chiamare quel matto di Randall “Sunn O))) Wolves In The Throne Room Boris” Dunn e far ruggire le casse, gli strumenti, le mani, la gola, tutto. Insomma da band quel tanto che basta migliore di parecchie altre ad eccellenza nel giro di cinque dischi, e vi assicuro che oggi è un miracolo in miniatura.
Non ci ritroveremo tra vent’anni a scrivere nulla di nulla sulle band in giro in questi anni anemici però ci sono dischi, pochi se non pochissimi, che riescono a resistere alla prova della supervelocità dei succhi gastrici di questi nuovi anni ’10, ebbene questo è uno di quelli. Non più cugini dei Weezer e qualcun altro ma identità propria in un turbine di schiaffoni elettrici, “Last Building Burning” è una ferita lunga otto brani, veloce e feroce afflato post hardcore che ci porta a ringraziare e ricordare i Rival Schools per essere esistiti e aver dato il La a qualcosa (On An Edge è l’apertura perfetta) ma che all’interno di brani da 10 minuti e rotti alterna il pensiero emo/screamo a qualcosa di nuovo e che Dunn conosce benone, ossia spezzati di rumore ed ambienti asetticamente psichedelico droniani (Dissolution è quel pezzo che oggi nessuno ha il coraggio di scrivere col timore dello skip) e nemmeno nei momenti più riverscuomiani Dylan lesina dal gridare (In Shame, Another Way Of Life, Leave Him Now) finendo sul vagone dei sentimenti dell’emo ’90s aprendo su chitarre pastose e iper melodiche ma mai stucchevoli, sempre grazie mr. Dunn (Offer An End).
Che mina ‘sto disco, ragazzi. Teniamoceli stretti questi Cloud Nothings perché la carestia è lunga e questa è la fetta di torta che trovi inaspettatamente in frigo dopo un periodo passato ad autodigerirsi.




