Vaura – Sables
Recensione del disco “Sables” (Profound Lore, 2019) dei Vaura. A cura di Fabio Gallato.
Che cosa sia frullato nella testa dei Vaura in questi 6 anni non è dato sapere, fatto sta che l’originale blackgaze venato di new-wave di “The Missing” si è oggi trasformato nel post-punk elegante e preciso di “Sables” che, oltre a segnare un ambizioso e deciso passo in avanti nella discografia della superband statunitense (nata dall’unione di membri di Tombs, Kayo Dot, Gorguts e Dysrhythmia), racconta di uno di quei cambi di suoni e visione musicale così netto e deciso che solo i fuoriclasse sanno gestire e portare a casa.
È come se nel tempo tutte le influenze che sporcavano il post-rock del debutto “Selenelion” e poi il post-black del successivo “The Missing” abbiano pian piano divorato pezzo per pezzo l’impianto musicale dei Vaura fino a prendere il sopravvento e ricostruirlo con sembianze nuove. “Sables” è una lunga immersione negli anni ‘80, nelle profondità più oscure del post-punk, tra correnti gothic, synth e new-wave, che una volta in superficie si compattano in massicce e travolgenti ondate di attitudine progressive e art-rock.
Ci sono i Cure e “Disintegration“, soprattutto nell’uso della voce da parte di Josh Strawn, i Japan, i Sister Of Mercy, e ancora i New Order, Talk Talk, Peter Gabriel, Scott Walker, ma anche Clan Of Xymox e Diary Of Dreams: tanti elementi etereogenei, per molti versi distanti tra loro, ma dai quali i Vaura captano ed estraggono l’essenza più sincera, condensandola in un disco senza punti deboli, che pur rimettendo in scena le atmosfere ammalianti e tenebrose di quel periodo non suona per niente vintage e retromaniaco. Decisiva in questo senso la produzione del leggendario Peter Walsh, che regala al disco un afflato potente e contemporaneo in grado di evidenziare con la giusta perizia ogni passaggio, ogni strumento, ogni fraseggio.
I Vaura abbandonano quasi del tutto le influenze metal, che restano però lì sopra ad aleggiare, comparsando di tanto in tanto come uno spettro del passato che arricchisce di umori e passione un viaggio intenso in ogni sua tappa, dall’iniziale Espionage, che setta alla perfezione tutti i parametri del disco – basso sempre pulsante e imprescindibile, batteria sincopata, chitarre e synth che sanno sia stendere tappeti morbidi sia scagliare frecce avvelenate, chorus sorprendentemente catchy – all’incubo suggestivo di Zwischen e alle trascinanti The Lightness One e Sables, fino al macabro sperimentalismo di Basilisk (questo il tributo più deciso a Scott Walker) e all’atmosfera epica e lugubre di Eidolon.
Spiazzante e travolgente, non solo per i nostalgici di quei tempi e di quelle sonorità, “Sables” ridefinisce in positivo il concetto di rivisitazione ed esplorazione del passato, e sintetizza in un’opera moderna e difficilmente perfezionabile tutta una serie di stili musicali e artistici che in pochi hanno saputo mai far suonare all’unisono.




