Brian Harnetty – Shawnee, Ohio
Recensione del disco “Shawnee, Ohio” (Karlrecords, 2019) di Brian Harnetty. A cura di Riccardo Gorone.
In genere non capita di trovare l’interdisciplinarietà nelle creazioni artistiche. Anche perché, nella maggior parte delle volte, l’interdisciplinarietà è una condizione “estetica” a posteriori, rispetto al lavoro poetico, una concettualizzazione che arriva dopo il lavoro svolto, come per volerlo giustificare e schiacciarci dentro elementi esterni posticci esclusivamente per dare “corpus” ad una produzione altrimenti vuota.
Ecco, in questo caso, e non è dichiarato dall’artista in questione, troviamo l’esercizio della microstoria, ovvero, secondo la definizione, un esercizio che si concentra su aree geografiche molto circoscritte, per offrire una ricostruzione minuziosa e analitica della storia di piccole comunità locali: avvenimenti, personaggi e atteggiamenti mentali che inevitabilmente sfuggono alla storia di vasta scala, fatta di grandi processi storici analizzati per mezzo di categorie generali (Stato, ordini sociali, sistemi economici ecc.) e periodizzazioni convenzionali (Età medievale, moderna e contemporanea).
Brian Harnetty, nel suo “Shawnee, Ohio“, si focalizza su undici ritratti di residenti locali della piccola cittadina di Shawnee, in Ohio. La cittadina è nata grazie all’attività della sua miniera di carbone intorno al 1870. Un secolo in declino per il business locale e oggi i residenti combattono per il sostentamento e per la sopravvivenza cercando di impedirne il definitivo decadimento. Nonostante questo futuro incerto, questi residenti continuano a lavorare attraverso progetti ambientali, economici e culturali. Dal 2010, il Nostro ha visitato e lavorato a Shawnee. Ha ricalcato le tracce della sua famiglia (immigrati minatori gallesi nel diciannovesimo secolo).
Le testimonianze raccolte da Harnetty, accompagnate da musica dal respiro folk (nonostante non lo sia) testimoniano ricordi, memorie e contesti di vita quotidiana di una comunità che viveva di florida attività e che oggi si sta estinguendo. Il mood nostalgico (a volte chitarra, a volte pianoforte, a volte archi) sviluppato con tecniche volutamente minimaliste è solo un tappeto su cui si sviluppano i monologhi dei protagonisti che danno i titoli alle tracce (Jim, Amanda, Lucy, Judd, Sigmund, ecc.).
Questo disco, quasi etnomusicologico (per onestà dovremmo dire etnografico o demomusicologico, poiché non è che la musica suonata si sia sviluppata o generata in quel determinato contesto) è un documento, una testimonianza, uno sviluppo metodologico, un diario, la cui musica è solo una scusa, uno sfondo su cui si confondono le parole, le immagini, il passato e che forse diventerà l’ultimo documento attendibile di una comunità in bilico tra presenza ed assenza.




