black midi – Schlagenheim
Recensione del disco “Schlagenheim” (Rough Trade, 2019) dei black midi. A cura di Fabio Gallato.
Di solito c’è sempre da diffidare delle famigerate next big thing provenienti da Oltremanica, soprattutto se il caso in questione nasce tra i “banchi” della BRIT School for Performing Arts and Technology, istituto fondato e finanziato dal governo per formare nuovi talenti in campo artistico/scientifico e che alcune malelingue vedono come una sorta di talent show di stato.
Nei black midi non sembra però esserci nulla di costruito o posticcio, anzi, il loro esordio “Schlagenheim” è un disco suggestivo e complicato, una bella sveglia per tutta la scena underground britannica, che da un bel po’ sonnecchia sugli allori dei soliti noti.
Già popolari e chiacchieratissimi ben prima della pubblicazione del disco, come da copione su Rough Trade con la produzione di Dan Carey, Geordie Greep, Matt Kwasnieski-Kelvin, Cameron Pincton e Morgan Simpson, che non hanno compiuto nemmeno 20 anni, tessono una rete fitta e inestricabile di post-punk, noise, math, new/no wave e hardcore, un ordigno potenzialmente devastante, ma che per deflagrare correttamente ha bisogno di un certo lavoro di bilanciamento. La chiave, a giudicare dai 9 pezzi che compongono “Schlagenheim”, sembra essere il caos: i black midi si rifanno a tantissimi riferimenti e ad altrettanti stili, ed è nella loro confusa alternanza che risiede la bontà di una proposta musicale convincente e nuova, nonostante sia ben ancorata nel passato, in bilico tra l’anima del punk anni’ 80 e i suoi successivi stravolgimenti storici.
Le sferragliate dell’iniziale 953, che mischia il noise e il post-hc più sperimentale fermandosi ogni tanto a riflettere su atmosfere à la Pere Ubu, sono il biglietto da visita perfetto per un lavoro che regala tanti altri momenti di interesse e godimento: il minimalismo sonico di Speedway, gli appigli pop di Reggae, il post-rock controverso e vanitoso di Western, l’hardcore sbilenco di Near DT, MI e ancora il delirio crossover di Years Ago o il rocambolesco crescendo della conclusiva Ducter, schegge impazzite che collidono senza risparmiarsi in una galassia di furore ed instabilità.
C’è molto di istintivo, e a tratti anche di eccessivo, certe scelte non funzionano del tutto e ai black midi forse diranno che sarebbe necessario fermarsi, riflettere e scegliere una direzione artistica più coerente ed unitaria. Quello che è certo, e che rimarrà nel tempo, è che un’urgenza espressiva così decisa non si sentiva da troppo in un disco e “Schlagenheim”, che è imperfetto, caotico e spericolato, può davvero ridare lustro e stimoli ad un panorama artistico di cui abbiamo un bisogno vitale.




