The Flaming Lips – King’s Mouth
Recensione del disco “King’s Mouth” (Bella Union, 2019) dei The Flaming Lips. A cura di Silvia Cinti.
I Flaming Lips, un’istituzione del rock psichedelico contemporaneo, prendono forma e vita nel 1983 in Oklahoma su iniziativa del cantante e chitarrista Wayne Coyne. La loro carriera lunghissima che sfiora i trent’anni di attività può essere paragonata ad una giostra in continuo movimento, una centrifuga di elementi musicali rock, pop, psych ed electro, un vero e proprio circo itinerante di suoni, luci e colori che nel tempo ha fatto affezionare il pubblico.
L’iter artistico dei Flaming Lips, affrontato sempre con ironia e devozione, è stato ricco di sorprese, scommesse e colpi di scena, e può essere definito uno dei percorsi più interessanti (le loro performance live sono ormai leggendari eventi colorati, surreali e pirotecnici) e avventurosi (l’amicizia tra il leader carismatico Wayne Coyne con l’attrice e cantante Miley Cirus con cui ha realizzato un disco nel 2014 dal titolo “Miley Cyrus & Her Dead Petz”) del rock americano.
Il 19 luglio 2019 è uscito via Bella Union, “King’s Mouth” il quindicesimo album della band di Oklahoma. Questo disco che, segue a distanza di due anni dall’ultima prova in studio “Oczy Mlody, è un’esperienza immersiva in un viaggio di fantasia raccontata dall’ex chitarrista Mick Jones dei The Clash. Questo concept-album narra di un eroe coraggioso che si impegna a combattere una minaccia imminente per la sua città, diventando così un campione amato da tutti; a cavallo delle dodici tracce Jones, come un vero e proprio narratore di fiabe, fornisce allo spettatore alcuni dettagli sulla storia rendendo ancora più magico tutto l’ascolto.
Nelle canzoni emergono alcuni dei temi ricorrenti nella vita e nella carriera artistica di Coyne: la fragilità della vita, l’inevitabilità della morte, la perseveranza dello spirito umano e le inspiegabili meraviglie dell’universo. “King’s Mouth” è un patchwork musicale in cui si possono ritrovare i Lips familiari di“The Soft Bulletin” (1999) o “Yoshimi Battles the Pink Robots” (2002). In generale l’ascolto dell’intero lavoro è arioso e, sebbene non tutti i pezzi siano allo stesso livello, sono cinque i brani essenziali e più significativi di questo disco: The Sparrow – inusuale e stupenda –, Giant Baby – una moderna ninna nanna che strizza l’occhio all’album dei Lips “Yoshimi Battles the Pink Robots” –, All for the Life of the City – una adorabile sorpresa uscita dal grande sacco di canzoni arcobaleno firmate dal leader Coyne – How Many Times – un cantato singolare, pop e gioioso che funziona molto bene – e, infine How can a head – l’epilogo di questo viaggio arricchito con sontuosi suoni orchestrali.
I Flaming Lips galleggiano sopra di noi in una bolla morbida, gigante e trasparente in cui, grazie ai loro componimenti, è possibile, per fortuna, sbirciare e dare un’occhiata. È comunque confortante vedere che il gruppo nonostante numerosi cambi di rotta e sfumature scure, è per un istante tornato alle origini pronto per far brillare quei colori primari che tutti amano.




