Hellyeah – Welcome Home

Recensione del disco “Welcome Home” (Eleven Seven, 2019) degli Hellyeah. A cura di Giuseppe Loris Ienco.

Con “Welcome Home” cala definitivamente il sipario sulla trionfale carriera di Vinnie Paul, scomparso improvvisamente il 22 giugno dell’anno scorso a causa di un infarto. Nel nuovo album degli Hellyeah sono infatti presenti le ultimissime registrazioni dell’ex batterista dei Pantera, terminate appena pochi giorni prima della prematura dipartita. Non è molto chiaro quanti rimaneggiamenti siano stati fatti sulle tracce del fratello maggiore di Dimebag Darrell ma, a giudicare dal massiccio impiego di trigger, c’è da scommetterci che il tutto sia stato sapientemente assemblato in fase di produzione.

In ambito groove metal, a dirla tutta, il tocco artificiale sulle pelli e sui piatti non rappresenta di per sé un difetto: conferisce una potenza, una forza esplosiva davvero unica, soprattutto nei passaggi in cui è richiesta una certa dose di adrenalina. Ma qui si esagera oltre ogni misura: le parti di Paul – che, almeno in origine, erano probabilmente da intendersi alla stregua di provini – risultano essere quasi innaturali per quanto sono state manipolate.

Un vero peccato: un nome del genere avrebbe meritato un saluto migliore. Fa piacere comunque constatare come i suoi compagni di band – il cantante (ed ex frontman dei Mudvayne) Chad Gray, i chitarristi Tom Maxwell e Christian Brady e il bassista Kyle Sanders – ne abbiano rispettato l’eredità, curando i brani fino a renderli qualcosa in più che semplici abbozzi cuciti attorno alle ritmiche di Vinnie Paul.

Per essere un album degli Hellyeah, “Welcome Home” fa il suo dovere: la mina hardcore 333 apre degnamente l’opera, con riffoni e rallentamenti che invitano all’headbanging selvaggio. Stesso discorso per le robuste At Wick’s End e Black Flag Army, particolarmente interessante per il suo sfiziosissimo bridge simil-disco. Il resto del lavoro, purtroppo, di rado fuoriesce dalle secche di quella mediocrità tipica dei gruppi direttamente o indirettamente legati al sound dei Pantera.

Una manciata di piacevoli cafonate nu metal un po’ anacronistiche (Oh My God, Bury You, Boy) e una discreta ballad acustica (Skyy And Water) non cancellano l’onta di canzoni opache come Perfect e I’m The One, nelle quali emerge con prepotenza un’anima pop alquanto maldestra. Il lato prettamente melodico degli Hellyeah si manifesta in maniera felice solo nell’ottima title track, che convince a pieni voti per l’eccellente prestazione di Gray al microfono e la bella chiusura orchestrale. Non è però abbastanza per risollevare le sorti di un album che avrebbe dovuto fare molto di più, considerandone il valore simbolico.

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