Lightning Bolt – Sonic Citadel

Recensione del disco “Sonic Citadel” (Thrill Jockey, 2019) dei Lightning Bolt. A cura di Andrea Vecchio.

Non conoscevo la Thrill Jockey Records, ma vedo che è dal 1992 che propone dischi incredibili. Tra questi, l’ottavo dei Lighting Bolt da Rhode Island, che dopo un’intera carriera, praticamente, passata su Load Records (Andrew W.K. e gli italiani OvO), scelgono una realtà ancora più sommersa e indecifrabile per riproporsi al loro pubblico, sicuramente uno dei più attenti ed acculturati del panorama punk rock mondiale di sempre.

Breve premessa. I Lightning Bolt hanno reinventato, in due, il punk rock. Hanno vissuto tanto, hanno vissuto le ere Ebullition, Three One G, hanno sorpassato elegantemente, a suon di performance e studi, la voga dell’emoviolence, non si sono mai lasciati condizionare, rimanendo fedeli al loro stile, alla loro foga, alla loro perenne ricerca. I Lightning Bolt hanno fatto la storia, il loro operato parla per loro ma no, hanno voluto scrivere un altro, nuovo disco.

Sonic Citadel”, uscito lo scorso ottobre, è un album schizofrenico ma maledettamente orecchiabile, capace di infondere, in parti uguali, malinconia e insicurezza. Contemporaneamente, però, gli undici brani che lo compongono trasmettono un forte senso di attaccamento al reale, alla materialità quotidiana, al normale scorrere degli eventi. La normalità con cui Gibson e Chippendale sparano le loro cartucce è disarmante: Air Conditioning profuma di rock’n’roll, Hüsker Dön’t è ipnotica in ogni sua sfrangiatura, terminando con un rado vagheggiamento noise. Più orientato verso “Hypermagic Mountain” che verso la primissima produzione dei Lighting Bolt,

Sonic Citadel”, grazie soprattutto a brani diretti e preconizzanti come Tom Thump e Bouncing House, può essere vissuto come un nuovo e delicatissimo manifesto politico del duo. Imprescindibile quindi, come sempre. Episodio più incredibile del disco: All Insane. Nomen omen.

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