Fare i conti con un futuro che non è mai arrivato, 25 anni di “Microchip Emozionale” dei Subsonica

Mi faceva pensare a “Blade Runner”, a “Matrix” a tutti quegli Urania che stavo leggendo, e altro ancora. Mi faceva pensare alle giornate nebbiose della mia piccola città piemontese, e quando lo comprai, a 2000 inoltrato, in un pomeriggio in cui avevo in tasca soldi a sufficienza, feci un gesto per me al di là dei miei gusti musicali, e non me ne pentii mai

Alcuni di noi erano piccoli, altri già più grandi, non poi di molto. Quelli più vecchi erano fuori dai radar e non avevano voce in capitolo. Io ero tra quelli piccoli, quelli che si affacciavano al mondo alternativo italiano con cautela, ma estrema curiosità. Nel mio mondo c’erano più chitarre che altro, perciò il primo passo furono ovviamente gli Afterhours, ma nello stesso mondo fatto di distorsioni avevo anche altro, tipo i Bluvertigo. I Subsonica vennero poco, pochissimo dopo. Il disco ce l’aveva una mia amica, e incredibilmente mi piacque in fretta. Poi questi cinque tizi erano a Sanremo, con una roba che tutto era tranne che sanremese.

Erano tamarri, cazzo se lo erano, difatti chi era in botta con il rock – seppure alt – non riusciva a farseli piacere, proprio per la loro natura “tamarra”. Ma se ci si fosse fermati lì non si sarebbe capito un cazzo. In quegli stessi anni stavo scandagliando la libreria fantascientifica di mio padre, e forse è stato proprio quello a farmi muovere verso Samuel, Max, Pierfunk (e poi Vicio), Boosta e il Ninja. “Microchip Emozionale” mi faceva pensare a “Blade Runner”, a “Matrix” a tutti quegli Urania che stavo leggendo, ed altro ancora. Mi faceva pensare alle giornate nebbiose della mia piccola città piemontese, e quando lo comprai, a 2000 inoltrato, in un pomeriggio in cui avevo in tasca soldi a sufficienza, feci un gesto per me al di là dei miei gusti musicali, e non me ne pentii mai.

Non avevo ancora i mezzi per comprendere tutto ciò che si celava sotto quei brani, eppure mi toccavano, raggiungendo punti che forse non avrei voluto approfondire, ma già stava accadendo. I soundscape del gruppo torinese erano diradati, ombrosi e portavano a fondo, c’era frustrazione, rabbia, leggerezza, amarezza, sguardi che si perdono lontano su città che divorano, tecnologie in ascesa, sentimenti di fine ed inizio millennio, così nuovi allora e oggi così antichi. Samuel era bravo proprio in questo: non parlare dritto in faccia, usare giochi di parole, labirinti, difficili, messaggi nascosti, girava intorno alle parole, ma poi, di botto, si lanciava sul punto della questione.

Ascoltavo Colpo di pistola e digrignavo i denti, pensavo di dedicarla a chi mi piagava, chi mi prendeva per il culo, pensavo mentre cantavo, con il CD nel lettore portatile che andava all’impazzata; Sonde che cominciavamo a sentire orbitare attorno a noi, come spiati di continuo, il terrore di non avere più un momento proprio (fa ridere, oggi, che condividiamo per nostra scelta qualsiasi cosa); poi su MTV girava il video di Discolabirinto, coi Bluve, e c’erano i “noi stiamo con Morgan/Andy” e i “noi no, con Samuel/Boosta”, ma chissenefotte, è un pezzo pazzesco, che ci faceva muovere, anche noi che in realtà di ballare non avevamo voglia per niente, la desideravamo quella discoteca senza luci né colori, cassa in quattro, Welsh che si spiana di droghe mentre Dick spinna un disco pazzo; piangevo di nascosto mentre arrivava Tutti i miei sbagli, una ballata elettrogena, che non era una ballata per un cazzo di niente;  Il mio D.J., tosta, funk, cattiva, le tastiere e le chitarre che ti portavano su e incattivite si lanciavano nel buio; non riuscivo a capire la metà dei farmaci elencati in Depre, né capivo come un pezzo dedicato all’abisso potesse suonare così fottutamente uptempo, però è una delle mie preferite, ancora oggi. E Il cielo su Torino lo sentivo mio, anche se all’epoca a Torino ci ero stato solo coi miei, non mi ricordo nemmeno per cosa, e lo vedevo riflesso sul cielo di Vercelli, riverberarsi d’amore e odio. Albe meccaniche era la mia ferocia contro me stesso.

Il tempo di un paio di dischi e mi disamorai dei Subsonica. Fidatevi quando vi dico che erano più di dieci anni che non mettevo su questo disco, e per scriverne al meglio, una sera mentre andavo a lavoro, con la pioggia battente, l’ho messo su in auto. È stato come se non fosse passato un attimo, non venticinque anni, Cristo. Eppure eccoci qui, a fare i conti col passato e col presente e a sognare una pelle sintetica.

Post Simili