Il Triangolo – Faccio Un Cinema
Recensione del disco “Faccio un cinema” (Ghost Records, 2020) de Il Triangolo. A cura di Noemi Ascone.
Il Triangolo ci presenta il suo terzo album, “Faccio un cinema“, dopo sette anni dall’esordio con “Tutte le canzoni“. Parliamo di una band matura, che arriva a questo nuovo progetto dopo un lavoro di ricerca durato diversi anni.
Infilo le cuffiette e mi aspetto di ascoltare quelle canzoni dai testi mistici, dalla musica a tratti epica, eppure mi ritrovo catapultata in un mondo vagamente indie. Il cambio di stile è evidente se pensiamo a brani come Johnny di Tutte le canzoni o Oradara di Un’America, due esempi che in passato mi hanno sorpreso per i loro tratti suadentemente originali.
È innegabile che l’onda indie mainstream sia travolgente e non esserne affogati sta diventando sempre più difficile all’interno del mercato musicale. Più che una critica alla qualità di “Faccio un cinema“, questa è una riflessione su quanto Il Triangolo abbia cambiato o meno la propria natura più vera, a favore di mode volte all’omologazione.
Bisogna dire, tuttavia, che il segno distintivo della band vive nei testi, come ne Il giorno sbagliato: “Anche se più divento vecchio, ho meno voglia di soffrire/La vita in divenire, prima di diventare gradi/già si comincia a marcire”. O in storie che hanno l’effetto di un pugno nello stomaco, come Ivan: “Ivan tornava a casa con una dose di eroina/Ivan provava amore per le canzoni sull’anarchia/poche le fitte al cuore che ti ammazzarono, innocenza mia”.
La scrittura di certo è un punto forte per Marco Ulcigrai e Thomas Paganini, in cui permane il mix di sarcasmo e accostamenti eclettici, con legami al cantautorato italiano del passato. Ricordiamo che i nostri musicisti hanno un background rock, pop-punk e soprattutto beat anni ’60: sono questi gli elementi che li contraddistinguono. Ecco che “Faccio un cinema” diventa a livello melodico una passeggiata sulle spiagge romagnole di una cinquantina di anni fa, mentre Messico ritrova i riff di chitarra che fanno bene alle nostre orecchie.
È inevitabile fare paragoni con le origini, e, a un primo ascolto, si nota un po’ la mancanza di incisività. I suoni forse sono più maturi, ma ci manca quel lato selvaggio e spensierato che ci proiettava in giorni afosi con capelli al vento, o in universi dove venivano nominati Icaro, Isacco e Battisti.




