Barrens – Penumbra

Recensione del disco “Penumbra” (Pelagic Records, 2020) dei Barrens. A cura di Enrico Mauro.

The Cure, Joy Division, Crippled Black Phoenix, Mogwai. Il grande nord, la lunga notte polare e Göteborg, l’aurora boreale e lo spazio. Il cielo stellato, in un notturno apparire che avvolge con un nero e soffice manto, è maggiore la paura o il conforto? Un album con un artwork ben riuscito, evocativo e preciso e dal suono corposo e denso, l’ideale colonna sonora di un lungo viaggio spaziale a bordo di un maxicargo automatizzato: un ingegnere diretto sulla Terra ascolterebbe questo? Probabile.

Post rock classico, chitarre, sintetizzatori e batteria, nessun testo. Elementi ambient e sperimentali e la più totale concentrazione sugli strumenti. Unico stilema non coincidente con il genere è la lunghezza dei brani, che in “Penumbra” tende più al tradizionale che non al post, ma in ogni caso il ricorso a trame e paesaggi sonori fatto con buona abilità aiuta questo terzetto a raggiungere i propri obiettivi di (post) rock catartico. I Barrens annodano chitarre e sintetizzatori oscillando tra il lato oscuro e luminoso, cercando di raccontare  argomenti come il cambiamento, la metamorfosi e la trasformazione; per dirla con le loro parole – perdersi nell’oscurità, cercando di trovare conforto. Tentando di trovarlo. A galla in una luce accecante, sospesa nell’oscurità. Con un movimento dentro, attraverso e fuori dall’ombra e viceversa.

I Barrens sono il chitarrista Johan G. Winther, il bassista Kenta Jansson (entrambi Scraps Of Tape) e Markku Hildén che nel 2018 danno vita al gruppo dopo che quest’ultimo si era unito a loro come batterista dal vivo per due tour in Europa e uno in Cina. Il gruppo viene concepito in furgoni, treni, aerei e nutrito a pinte di birra negli after-show, alimentato dalla chimica immediata che il terzetto sperimenta suonando e stando insieme. Prima diventano Barrens e insieme si addentrano in nuovi territori per far fiorire (la) “Penumbra”. Registrato a Uppsala e Göteborg, il disco è stato prodotto dalla band, mixato e masterizzato da Magnus Lindberg dei Cult Of Luna ai Redmount Studios di Stoccolma nell’estate del 2019. 

Il titolo del disco è perfettamente rappresentativo dei propositi dell’album. L’argomento è la binarietà della vita e delle sensazioni che, vivendo, ci  affliggono. Lo Yin e lo Yang, l’ombra e la luce. I nove brani, titoli evocativi ben orchestrati che ondeggiano tra dolcezza e violenza, fanno salire l’ascoltatore in cielo e poi lo ributtano a terra. Tra l’ombra e la luce, da un punto all’altro compresi tra lo zenit e il nadir. Non è forse questo, alla fine di tutto, il paradosso del viaggiatore (spaziale): tendere verso l’infinito e sentire la mancanza di casa? In “Penumbra” i sintetizzatori creano ondate di leggerezza irrefrenabile verso l’alto (la luce) e momenti di pesantezza terrena in cui batteria e chitarra sono i padroni di tutto (l’ombra). Rimandi e citazioni, influenze, nulla viene lasciato al caso e tutto viene usato per potersi avvicinare alla più fedele espressione di sé.

Antumbra, è il manicotto di imbarco che ci conduce nel cono d’ombra e fuoco, la porta che spaventa e attira a sé nel magico mondo che non sappiamo neanche immaginare. Aprirla significa varcare la soglia della regione dell’eclissi anulare. La profezia lo dice: avvicinati all’ombra e l’anello di fuoco scomparirà fino a che essa regnerà su tutto. E nell’ombra troverai Atomos e Oracle Bones a ricordarti come si imponga un ritmo rock: un basso martellante e note ripetute, batteria ritmata ed energia a volontà. Dopo il cielo ecco la pianura del post rock dei sintetizzatori, è Grail Maker. Arc Eye ha la medesima magnifica dolenza della floydiana Nobody Home, in una versione più acida e industrializzata, ma non per questo meno efficace. Shifter, dimostra l’ovvio, ovvero di come il mantra del giardino sospeso abbia prima seminato nel corso degli anni e poi generato: suoni ipnotici dei Cure ibridati con i riff pesanti dei Black Sabbath. Poi con Penumbra arriva il riposo, ma anche la riflessione che la paura dell’ignoto dinanzi a noi ci porta a pensare: sopravviverò?

E mentre le luci ci balenano davanti agli occhi, la risposta non si fa attendere, ma arriva con The Passing, il pezzo che ne è l’attesa prosecuzione. Le frequenze disturbate dell’incipit si dissolvono ben presto, rassicurando, per consentire lo sviluppo di una trama lineare ruvida che, attraversando un territorio oscuro, a sua volta volge verso la conclusione, dove troverete il sacro dell’Umbra. Hic et nunc, il rito magico della purificazione è completo, il corpo è ora mondo, il viaggio è terminato. Dice Winther: quello che noi tre abbiamo in comune è creare musica catartica. Lo facciamo non solo perché lo vogliamo, piuttosto perché ne abbiamo l’urgenza. Dobbiamo. Quello che nasce è generato da uguali quantità di felicità, luce e positività e poi ansia, oscurità e negatività. È un movimento costante attraverso vari gradi di luce, di ombre e di oscurità profonda.

“Penumbra” è un disco corretto, che non imprime al post-rock sostanziali accelerate in avanti, ma che piuttosto indaga sugli autori e sul loro modo di intendere la musica, offrendo agli ascoltatori un buon disco che rappresenta un’ottima base di partenza per il futuro. Buon ascolto.

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