King Buzzo (with Trevor Dunn) – Gift Of Sacrifice
Recensione del disco “Gift Of Sacrifice” (Ipecac Recordings, 2020) di King Buzzo (with Trevor Dunn). A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Prendete Tom Waits, Billy Bragg andato a male di testa, Johnny Cash che dopo la cover di Rusty Cage s’è dato al grunge, Woody Guthrie e Jeff Tweedy nudi su una highway a caso in compagnia di Gibby Haynes e buttateli nel cesso, tirate lo sciacquone, poi andate a cercarli nelle fogne, nella palude, nell’acquitrino dietro casa, e una volta lì troverete “Gift Of Sacrifice”.
Colpevoli di tanta magnificente oscenità sono King Buzzo e Trevor Dunn. Questi due sono compagni di merende da un pezzo e mai una volta che non abbiano dato fondo a quell’archivio da manicomio che è il lor senso ostrogoto dell’arte. Che ci volete fare? Questa è merce rara, anche se prodotta in serie a tirature altissime sin da quel dì che fu. Qui senza il cappello nero a tesa larga dei Melvins a coprirli dal sole si dannano l’anima per porre un altro mattone nell’ingombrante costruzione tra alte cinta murarie coperte di graffiti osceni che è poi la loro discografia, tra scorribande d’ogni tipo e sberleffi d’antan. Roba da “Amici Miei Atto USA”.
È come guardare il profilo Instagram di Buzz Osborne e tradurlo in musica, come viaggiare nelle zone depresse e lontane dalle luci della ribalta e della civilizzazione, oppure osservarle attraverso un filtro a contrasto altissimo, con commento tecnico dunniano. Trevor non è affatto un supporto, è parte vigile ed integrante del tutto, un Charlie Haden che spezza le verticali acustiche della chitarra, una voce che sorregge La Voce, e passa dal secondo al primo piano con agilità. La varietà in una materia così poco malleabile è punto a favore degli autori: c’è la disgrazia della follia che sguazza nel rumore in disgregazione di Junkie Jesus e i deliri sconnessi di matrice Butthole Surfers su Acoustic Junkie che fanno da contraltare a quelli che sono momenti luminosi e sterzate sferzanti polvere americanissima come Mock She e Bird Animal.
Non ci si aspetta forse la tensione malinconica (vocalmente deliquio) che si respira sulla crepuscolare Housing, Luxury, Energy e Science In Modern America, ma forse non sono così inusitate le spallate angolari che screziano l’aggro blues I’m Glad I Could Help Out o la psichedelia asciutta di Delayed Clarity, eppure non è qualcosa che sembra si sia già sentito in altra sede, anche se sono tutti linguaggi che i nostri hanno contribuito a far crescere per tutta la durata dei ’90 e oltre.
C’è un sentore di fresco nel chiuso di questa spaventosa cantina. Fa il paio con la narrazione elettrica che già ci è nota, facendo godere un poco di più. Da leccarsi i baffi spioventi.




