Deafheaven – 10 Years Gone

Recensione del disco “10 Years Gone” (Sargent House, 2020) dei Deafheaven. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Sin dall’arrivo sugli scaffali di “Road To Judah” i Deafheaven non hanno smesso di far parlare di loro, nel bene ma, troppo spesso per i miei gusti, anche nel male. Il loro approccio alla materia inerente il black metal ha fatto alzare la testa a molti, chi per stupirsi, chi per innamorarsene, chi per sputare sentenze. Una cosa è certa: non sono mai passati inosservati.

In quel mondo che ancora oggi è sede di alcune delle più interessanti sperimentazioni in campo metal (pensate ad Alcest, Bosse-de-Nage, Nachtmystium, Blut Aus Nord, i lavori in solitaria di Attila Csihar, Liturgy, Manes e chi più ne ha più ne metta) ma che non riesce a levarsi di dosso il bagaglio di chiusura che spesso ne ha contraddistinto la storia, i californiani sono una ventata d’aria fresca e pulita. Capaci di violenza inaudita a cui si lega il vento gelido e malinconico del black della seconda ondata e memori di inserire all’interno della spirale del DNA di un genere una miriade di influenze (non ultimo l’indie novantiano targato USA) senza snaturare la propria identità, capaci di far digrignare i denti, stringere i pugni e aprire i condotti lacrimali. Capaci di far arricciare il naso coperto di corpse paint dei più trve dei trve. In una parola: influenti.

Nell’anno della pandemia, i palchi sono sbarrati e i concerti chiusi a doppia mandata, e dunque George Clarke, Kevin McCoy e soci non sono riusciti a festeggiare adeguatamente i loro dieci anni di esistenza, portando quella brezza di gelo e amor perduto ai propri fan (oltre ai detrattori, che ancora sono lì che ascoltano, incapaci di ammettere la verità) e dunque si sono chiusi in studio, dando vita a quello che più si avvicina ad un’esperienza live. “10 Years Gone” è una realtà a sé stante, che crea oltre a reinterpretare, donando nuova luce a gioielli in origine già di splendidi.

Daedalus (che del demo di debutto fu perno centrale) spiega ali nere e stronca i nervi, tirata all’estremo, al filo di una lama oscura, Language Games e Vertigo consolidano i sistemi che si scontrano nella galassia Deafheaven, espandendosi oltre i propri confini, le chitarre ora morbide e lucenti (tra post-punk e new wave), ora affilate si destreggiano con grazia e potere assoluto. Clarke non è solo ispirato, ma sembra posseduto da demoni ultraterreni, e ascoltandolo ad occhi chiusi ricordiamo la sua gigantesca figura stagliarsi contro le luci che illuminano ogni palco che ha calcato, che sia nella feroce From The Kettle Onto The Coil o tra le spire di grigiore sfiancante dell’accorata Glint (ancor più alt-rock che su disco, con un McCoy sfiancante sull’assolo di coda), riesce a radere al suolo ogni barriera sentimentale. L’intro evanescente di Baby Blue qui muta in una scintillante luminescenza e si trascina oltre i limiti, trasformandosi in un crescendo a freno tirato, più potente di come fu generata e registrata così come Dream House, le chitarre che fondono l’acciaio, squagliano il cuore, i ricordi a perdersi lontano, di un’intensità che altrove non ha spazi qui è regina di un castello di cristallo.

Se tutto questo l’avessimo sentito sottopalco ne saremmo usciti feriti fuori, curati dentro, le lacrime a rigare il viso. In attesa dei giorni che verranno ma, soprattutto, di quelli che sono passati.

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