Boris with Merzbow – 2R0I2P0
Recensione del disco “2R0I2P0” (Relapse Records, 2020) di Boris e Merzbow. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
“2R0I2P0”, ovvero “Twenty Twenty R.I.P.”, che è un po’ il pensiero che ha attraversato la mente di tutti sul finire di questo annus horribilis, quindi il titolo che Boris e Merzbow ritengono la giusta pietra dinnanzi al sepolcro del male: “This work becomes a monument to the requiem of the previous era. From here, a new world begins again.“
I Boris il 2020 lo hanno già egregiamente battezzato a suon di colpi di mazza da baseball con il loro incredibile “NO”, mentre Masami Akita si è ritrovato coinvolto in una gangbang free jazz assieme a Pandi e Gustafsson, di dolore si è già sentito abbastanza, bello e ben strutturato. La chiosa doveva essere per forza qualcosa di univoco, l’ennesima di questo combo micidiale.
Non ci troviamo dinnanzi a nulla di dissimile da quanto già profetizzato a lungo dal quartetto, anzi, qui si giunge al culmine del percorso, prendendo a piene mani dall’ultimo periodo di Atsuo, Wata e Takeshi. I pezzi che tornano in vita sono pescati prevalentemente da “Love & Evol” con un paio di falospe da “Dear” e “Unknown Flowers”. Non tanto un riciclarsi, quanto un guardarsi indietro e dentro, introspezione che ci ha toccati durante tutti i periodi di distanziamento forzato e che, forse, è stato il motore decisionale per questo tipo di operazione.
La volatile presenza delle melodie è centro nevralgico del disagio e la disarmonia creata da Akita è il contraltare alla speranza, in un lungo afflato di contemplazione del sé. Away From You, Journey e Shadow Of Skull sono aria shoegaze che infiltra il rumorismo mostruoso, la cura necessaria al disastro interiore mentre Coma, Absolutego e Uzume fanno sbattere il viso contro un muro di spine metalliche destinate a far sanguinare copiosamente, un eccesso arbitrario e sfiancante, anche troppo.
Fa un po’ specie che il momento più alto dell’album sia invece affidato a due cover: da una parte Boris, brano storico dei Melvins e che diede spunto e natali al gruppo che a più riprese ha omaggiato Osborne e Crover, in cui pesantezza metallica e arcigna costante elettrogena si dibattono all’ombra di un kaiju pronto a divorarsi il mondo così com’è, dall’altra l’elegante batosta di To The Beach dei connazionali Coaltar Of The Deepers, in cui melodia e sferzate pressanti coesistono alla perfezione.
Ahinoi, un mero esercizio di stile, nonostante il suo essere messaggio di speranza. Bello, ma per forza di cose. Facciamo che risentirci nel 2021.




