Cannibal Corpse – Violence Unimagined
Recensione del disco “Violence Unimagined” (Metal Blade, 2021) dei Cannibal Corpse. A cura di Giuseppe Loris Ienco.
Vi dirò: di primo acchito sono rimasto sorpreso dalla copertina di “Violence Unimagined”, il nuovo album dei Cannibal Corpse. Trattasi del profilo di una donna dagli occhi rossi e dai capelli grigi, con un’orripilante bocca “adornata” da una lunghissima lingua rettiliana e da denti aguzzi identici a quelli di Mileena (per chi non lo sapesse, un celebre personaggio del videogioco “Mortal Kombat”). Mi sono subito detto: e che sarà mai? Mi aspettavo qualcosa di molto più truculento.
Subito dopo averla vista per la prima volta, però, ho scoperto che ne esiste una versione non censurata. Vi risparmierò i dettagli: è un’immagine indecente, rivoltante e assolutamente atroce. In una parola: perfetta. Perché il disegno super controverso realizzato dal fedele collaboratore Vince Locke sembra quasi voler mettere su carta l’inumanità di una band che, nonostante i trent’anni abbondanti di attività, non si piega agli acciacchi dell’età e continua a macinare death metal nella sua forma più folle e letale.
Nessuna rivoluzione nello stile: la musica dei Cannibal Corpse è nata sotto il segno della brutalità e così morirà. Le esperienze accumulate nel corso del tempo, grazie alle quali il quintetto è maturato e ha affinato le proprie capacità compositive ed esecutive, non hanno per nulla ammansito un suono che, per quanto ormai ben definito e morbosamente “pulito”, è la definizione stessa della bestialità.
L’ingresso in pianta stabile del chitarrista solista/produttore Erik Rutan, già leader degli Hate Eternal, ha però dato un bello scossone al gruppo: il giusto dosaggio di virtuosismi e sfumature dinamiche permette agli undici brani di “Violence Unimagined” di scorrere velocemente, senza quindi il rischio di impantanarsi in soluzioni trite e ritrite.
Come al solito – e forse è anche inutile dirlo – delle melodie non vi è alcuna traccia, se non sotto forma di barlumi che si nascondono dietro i riff e gli assoli di Rutan e Rob Barrett. Le loro raffinatezze da coppia già affiatatissima finiscono sempre per farsi schiacciare dalla potenza asfaltante della sezione ritmica dei veterani Alex Webster (basso) e Paul Mazurkiewicz (batteria), cui spetta il compito di tenere in alto il vessillo del death metal d’antan.
C’è tanta voglia di tradizione e forse è anche giusto così: dai Cannibal Corpse non ci si aspetta la sperimentazione. L’aria di eterogeneità che caratterizza Inhumane Harvest e Follow The Blood, in costante bilico tra velocità e lentezza, e le antiche influenze thrash alla base di Murderous Rampage e della ultra-devastante Overtorture non possono essere considerate in alcun modo delle novità, ma rappresentano sicuramente elementi capaci di rendere un po’ più coinvolgente e vario l’ascolto di un album letteralmente dominato dal mostruoso growl del maestro George ‘Corpsegrinder’ Fisher.
Usato sicuro, garantito e di una “violenza inimmaginabile”.




