I primi lavori dei Black Sabbath compiono mezzo secolo, ma quelle note, quei riff, quei testi, sono ancora un must assoluto di chi apprezza il metal, anzi la musica in generale.

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All’alba degli anni ’70 il quartetto più oscuro che il rock avesse conosciuto fino ad allora fece il suo ingresso nella musica internazionale. Con i capolavori rivoluzionari “Black Sabbath” (1970) e “Paranoid” (1970) i Black Sabbath misero le basi per qualcosa di rivoluzionario che avrebbe cambiato la musica per sempre. Il loro terzo lavoro “Master of Reality” (1971) non delude i fan, mantenendo quel sound diabolico diventato marchio di fabbrica del quartetto di Birmingham. Un disco ancestrale, alchemico che manifesta ancora una volta l’avanguardismo della band. Nonostante il sound resti sulla falsa riga dei due primi capolavori, in questo disco troviamo momenti più aulici, non solo per l’inserimento di alcune parti di tastiere, ma anche per alcuni intermezzi melodici che fungono da intro per pezzi più funerei e dinamici: un’alternanza di motivi cupi e altri più melodici, danno vita a questo terzo capolavoro del quartetto Ozzy, Iommi, Ward, Butler.

Si inizia con i tanto amati toni oscuri: la chitarra di Tony la fa subito da padrona in Sweat Leaf  con un riff gutturale su cui si scaglia la voce del Madman pronto a dare grande prova delle sue doti canore. After Forever è un brano differente: la chitarra continua a troneggiare non solo sui toni scuri, stavolta apre a melodie più ariose che donano al brano una maggior freschezza, ma senza esagerare. Molto dinamica, la traccia si affida anche ad un lavoro di fino di Butler che risponde a colpi di basso, scandendo ritmiche che non si perdono sullo sfondo, ma si affiancano ad un magistrale lavoro collettivo, nel quale Ozzy sembra essere ancora più carico rispetto all’incipt.  

Sembra calare il sipario per un intervallo, quando dalla sei corde di Iommi fuoriesce un arpeggio dai toni cupi, ma allo stesso tempo squisitamente melodici che sfiorano tonalità gotico medievali. Dopo questo idilliaco intermezzo, il basso inizia a caricare uno dei capolavori assoluti di sempre della band inglese: Children of the Grave, brano oscuro, in puro stile Sabba Nero con un riff cattivo che introduce e si intreccia a meraviglia con la voce di Ozzy, come sempre affilata e acidamente soprannaturale. La meraviglia dei Sabbath è la straordinaria capacità di saper rendere un brano metal estremamente coinvolgente e trascinante senza dover ricorrere a ritmiche forsennate. Nella parte centrale del brano, vi è un inaspettato e meraviglioso cambio di tempo che dipinge di tinte ancora più funeree la traccia, che dopo si riapre su un meraviglioso assolo di chitarra che sottolinea le peculiarità di Iommi come grande compositore oltre che esecutore magistrale. Insomma, un brano di cinque minuti e quindici secondi di straordinaria intensità ed emozione.   

Orchid fa prendere un po’ di respiro a noi mortali che ascoltiamo, perché dopo Children of the Grave ce n’è effettivamente bisogno. Ma la calma degli angelici arpeggi dell’indomito chitarrista, non è di lunga durata, poco più di un minuto e irrompe il riff di Lord of This Word: traccia compatta con ritmiche imponenti che incorniciano alla perfezione una performance vocale magistrale di Ozzy.

Vediamo che anche nel Sabba Nero c’è spazio per una traccia riflessiva: pur mantenendo la sua oscurità, la band mostra una facciata d’inedita bellezza: “Solitude”, una bellissima melodia con tastiere auliche e una chitarra malinconica, ma al tempo stesso leggiadra, fanno da sfondo ad un’inedita voce del Madman non più elettrica e tagliente, ma litanica e profonda che celebra un magnifico inno alla solitudine. Sul finale la band ci regala un altro pezzo in perfetto stile Sabbath, Into the Void, un finale degno di un’opera di grande pregio: belli e cupi i riff, le ritmiche del basso e un lavoro chirurgico di Ward che, dietro le pelli, sa dare sempre il massimo per rendere il tutto eccezionalmente efficace e perfetto.

Quando parliamo dei Black Sabbath parliamo di una band che costituisce il vero seme della musica metal, quel sound, quella fusione di generi in un connubio diabolico e mefistofelico, che non si affida ad artifici di alcun genere, ma solo alla maestria compositiva e strumentale di menti geniali e fuori di testa, che a ben cinquant’anni dall’uscita di questo disco suonano ancora come innovatori assoluti.

I loro primi lavori compiono mezzo secolo, ma quelle note, quei riff, quei testi, sono ancora un must assoluto di chi apprezza il metal, anzi la musica in generale. Sì, perché non bisogna essere dei metallari tutti birra ed headbanging per capire che questo è un gruppo fuori dal normale: questi quattro musicisti sono stati come stregoni che hanno lanciato un oscuro incantesimo sulla musica rock cambiandola per sempre. Purtroppo dopo ben quarantatre anni di storia il Sabba è finito con il conclusivo “13” (2013) e il tour mondiale d’addio “The End”, ma i quattro stregoni, ogni volta che ascoltiamo un loro disco, continuano a stregarci ancora, ancora e ancora.

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