David Bowie – Toy

Recensione del disco “Toy” (Parlophone, 2021) di David Bowie. A cura di Giovanni Davoli.

A volte le cose succedono per un motivo. A volte anche le cattivissime  major discografiche fanno cose che hanno una ragion d’essere, oltre la bieca ragione economica. È la considerazione che mi viene in mente mentre ascolto “Toy”, il disco di David Bowie accantonato 21 anni fa e oggi infine rilasciato per volontà del David Bowie Estate. 

“Toy” è un lavoro realizzato in un paio di settimane ai Sear Sound studios di New York nel luglio 2000 da un Bowie accompagnato da Mark Plati, coproduttore e bassista, Gail Ann Dorsey, altro bassista, Sterling Campbell alla batteria, Earl Slick alla chitarra, Mike Garson alle tastiere, Emm Gryner e Holly Palmer ai cori. Tutto suonato live e in alcuni casi con una sola take. Successivamente, nello studio casalingo di Plati, si fecero un pò di sovraincisioni. Il materiale era composto perlopiù di vecchie canzoni degli anni ’60 dello steso Bowie, prima che ascendesse al successo mondiale. Canzoni che avevano avuto fino ad allora limitate, o nessuna, release e che venivano qui rivisitate.

Il risultato non piacque alla Virgin. La major attraversava un momento di difficoltà finanziaria e i suoi dirigenti faticavano a trovare nell’opera presentatagli da Bowie un qualcosa che potesse giustificare l’investimento di rilasciarla. Così, l’album venne accantonato indefinitamente. A quanto pare, la decisione della Virgin avrebbe “ferito terribilmente” Bowie, il quale da quel momento avrebbe smesso di lavorare per le major e, cominciando da “Heathen” avrebbe rilasciato musica solo tramite la propria etichetta, la ISO.

Tuttavia, riascoltandolo oggi, ancora meglio con il senno del poi, la decisione della Virgin non sorprende più di tanto. L’ascolto delle 12 tracce su 50 minuti scorre abbastanza lineare senza suscitare troppe emozioni. Sono pochi i momenti in cui viene da soffermarsi e magari replicare l’ascolto: I Dig Everything, You’ve Got A Habit Of Leaving e Toy (Your Turn To Drive), tra questi. Menzione d’onore a parte per Conversation Piece –  canzone già rilasciata nel passato più volte, la prima come b-side di un single del 1970 – anche per la profondità dei testi che suscitano curiosità sulla loro ispirazione, e che qui gode di un bell’arrangiamento tra pianoforte e archi, opera del solito Tony Visconti. Per il resto, il materiale risente degli anni e gli arrangiamenti e la produzione non contribuiscono a dare una particolare freschezza. Ben altro tiro, focus e originalità appariranno invece in “Heathen” e il confronto, dal punto di vista dell’ispirazione, è impietoso. Cose come Can’t Help Thinking About Me o Silly Boy Blue suonano “troppo” anni ’60, o addirittura ’50 e si fatica a capire chi, oggi o persino 20 anni fa, possa o avrebbe potuto celebrarne il rilascio con quel senso di stupore che, da sempre, ha accompagnato le migliori opere di Bowie, “Heathen” incluso, fino all’ultimissima “Blackstar”.

Ciò detto, non è che l’ascolto di “Toy” provochi sanguinamento delle orecchie; al massimo, è possibile un limitato usuramento degli attributi riproduttivi dopo 30-40 minuti di ascolto, dal quale ci si può facilmente riprendere passando ad altra più riuscita opera bowiana. I fan sfegatati e completisti del biondo inglese potranno comunque godere della sensazione di avere assecondato la propria ossessione tramite l’ascolto o, addirittura, l’acquisto di questo ulteriore tassello della sterminata sua opera.

A tal fine, o anche solo per farvi la vostra opinione, trovate “Toy” in streaming come “volume 8” della compilation “Brilliant Adventure (1992-2001)”, oppure nel relativo Box Set. L’uscita come vinile/i o CD a parte, con tanto di mix alternativi, è attesa a gennaio. Chi scrive, terminata questa recensione, difficilmente tornerà ad ascoltarlo spesso. Avrebbe preferito essere stupito, diciamo.

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