Earl Sweatshirt – SICK!

Recensione del disco “SICK!” (Tan Cressida / Warner, 2022) di Earl Sweatshirt. A cura di Riccardo Frolloni.

Strong spirit where the body couldn’t get asylum
The cost of living high, don’t cross the picket line and get the virus
Wild cat has got ’em in a bind, stay inside
Know I came from out the thicket smilin’
Mad hatters cappin’ every line
It doesn’t matter to the ten of five

– Old Friend

Earl è cresciuto, ora fa il rapper per davvero. Prima, fino allo scorso “Same Rap Songs“, era un adolescente in formazione, sgangherato, brufoloso, lunatico, triste: esordiente dall’esordio. Con questo ultimo lavoro Earl è un uomo grosso e vaccinato. Lo senti subito dalla voce, più posata, dal flow bello straight, poche le uscite dal tracciato, ogni tanto una svolta improvvisa, come se un lampo dal passato lo attraversasse, un momento di gioco, una vertigine, ma solo un momento.

È sempre stato un rapper innamorato della lingua e scrivere “SICK!“, maiuscolo, urlato, non è una scelta facile. Figlio d’arte, il padre poeta, e si sente: i testi di Sweatshirt sono sempre stati pieni di immagini, con una sottile poetica. Earl ha registrato l’album tra i vari blocchi pandemici, mantenendo stretti legami con la sua piccola cerchia. Un momento in cui molti di noi sono “malati”, quando un’intera società si sente come se stesse crollando in un milione di minuscoli modi. E così ci incontriamo a metà strada, nel campo comune, noi e l’artista. L’album non parla della pandemia ma dei tentativi di affrontare i cattivi sentimenti che ci risuonano intorno.

SICK!, come gli ultimi album di Earl Sweatshirt, è breve e teso: 10 canzoni, 24 minuti. Anche quando rappa insieme ai suoi coetanei, Earl suona come se fosse immerso nel suo mondo, forse perché Armand Hammer e ZeelooperZ sono rapper che hanno sempre costruito i propri mondi, anche loro, solitudini che collaborano. Eppure “SICK!” è ancora più nitido e tangibile dei nebbiosi e atmosferici viaggi nel dubbio degli ultimi dischi di Earl. Meno rumore, sfocature, batterie chiare, i loop melodici che trovano sempre una soluzione. Basi raffinate, poche dissonanze, praticamente nessuna.

Earl è diventato padre, e come padre ha delle responsabilità, poco cazzeggio, ma come sappiamo bene: all work and no play makes Jack a dull boy. Una serietà che ci piace, ma che a volte ci annoia: da quando è tornato dal riformatorio, Earl Sweatshirt ha mostrato ben poca inclinazione a inseguire lo stesso tipo di celebrità che hanno trovato alcuni dei suoi vecchi amici (Tyler, per dirne uno). In un’intervista a Rolling Stone, Earl dice di aver scartato un intero album di 19 canzoni perché non gli sembrava vero: «l’album aveva un’energia ottimista, ed era disgustoso. Sembrava politico, come una campagna elettorale per il sindaco». In un altro punto dell’intervista precisa: «prima del virus, stavo lavorando a un album che avevo intitolato come un libro che leggevo con mia madre, The People Could Fly. Una volta in lockdown, le persone non potevano più volare. Un uomo saggio ha detto che l’arte imita la vita».

Nessuna campagna, nessun ottimismo, Earl è sempre delicato, poco sentimentale, ed è un peccato che “SICK!” ci appaia “solo” come un album rap.

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