Bill Fay – Still Some Light Pt. 1

Recensione del disco “Still Some Light Pt. 1” (Dead Oceans, 2022) di Bill Fay. A cura di Paolo Esposito.

Alla semplice domanda “Chi è Bill Fay?” non segue una risposta semplice e univoca. Il cantautore e pianista inglese tutt’ora conduce un’esistenza avvolta nel mistero – non si sa nemmeno con precisione dove abiti – e per anni di lui si sono perse le tracce, sia dal punto di vista artistico che umano. Una cinquantina di anni fa, Bill pubblicò due album per la leggendaria Deram: il primo, omonimo, risale al 1970, mentre il successivo “Time Of The Last Persecution” fu inciso l’anno successivo.

Nel disco d’esordio l’ispirazione era di stampo dylaniano, ma i testi di Fay – discorso che vale per chiunque – non erano all’altezza del menestrello di Duluth. “Time Of The Last Persecution”, diversamente, aveva una matrice più esoterica, misteriosa, mentre i testi lasciavano presagire qualcosa ancora lungi dal verificarsi. Fatto sta che il pubblico dell’epoca, segnatamente quello britannico, lo snobbò in modo abbastanza unanime e la Deram lo licenziò subito dopo l’uscita del secondo disco.

Ciò che però ai tempi non fu capito è che Bill non scriveva per le masse. Il suo obiettivo non era rincorrere Nick Drake, i Beatles o lo stesso Bob Dylan in termini di successo di pubblico e critica: la musica per lui era (e resta) terapia, spiritualità, auto-racconto di ciò che succede nel suo microcosmo. Con il senno di poi, appare del tutto naturale che movimenti come il roots reggae, il punk e il christian rock, così diversi tra loro, nel corso delle decadi abbiano ripreso e seminato quel germe di cui Fay aveva solo pronosticato l’esistenza: la spiritualità, la ribellione all’oppressione del potere, la consapevolezza di essere in contatto con un’entità superiore, Bill le aveva preconizzate all’alba dei settanta.

Quasi trent’anni dopo, siamo nel 1998, in circostanze abbastanza misteriose e inaspettate, i due album vengono ristampati: ecco il momento in cui Bill Fay raggiunge lo status di artista di culto. In poco tempo la sua musica viene riscoperta, un passaggio fondamentale per la pubblicazione di “Tomorrow, Tomorrow & Tomorrow”, registrato tra il 1978 e il 1981, che rappresenta al contempo il seguito di “Time Of The Last Persecution” e l’apripista per “From The Bottom Of An Old Grandfather Clock”, una raccolta di brani incisi fino al 1970. Il rifiorire della musica di Bill attira l’attenzione niente meno che di Jeff Tweedy, che con i Wilco in diversi concerti ha suonato Be Not So Fearful, portandosi persino lo stesso Fay un paio di volte a duettare sul palco.

Nel 2010 è la volta di “Still Some Light”, un doppio CD che rappresenta un compendio dei primi due lavori. Da quel momento, il viaggio onirico e introspettivo è ripartito con il trittico di album di inediti “Life Is People” (2012), “Who Is The Sender” (2015) e “Countless Branches” (2020), da più punti indicato tra i migliori lavori dell’anno. 

Sull’onda della riscoperta a tutto tondo di Bill Fay, Dead Oceans ha quindi deciso di riproporre “Still Some Light”, stavolta in due parti (la seconda vedrà la luce nei prossimi mesi), seguita da una significativa iniziativa promozionale. Dal punto di vista contenutistico le incisioni originali non sono state toccate, scelta che conferisce al lavoro quel tono di verace primordialità, elemento fondante per una sincera riscoperta dell’opera prima di Bill Fay.

In ottica distributiva, è in previsione l’uscita di diversi singoli, in versione vinile 7”, nei quali taluni artisti si cimentano in riletture dei brani storici del cantautore. I primi due a rispondere all’appello sono stati Steve Gunn per Dust Filled Room e Kevin Morby per I Hear You Calling, a testimonianza di quanto sia voluto e sentito il connubio tra il buon “vecchio” Bill e le nuove generazioni, che da lui possono sicuramente trarre nuova linfa.

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