Cate Le Bon – Pompeii

Recensione del disco “Pompeii” (Mexican Summer, 2022) di Cate Le Bon. A cura di Paolo Esposito.

Sesto lavoro sulla lunga distanza per la gallese Cate Le Bon, che negli ultimi tempi ha vissuto una sorta di sedentarietà itinerante: agli esordi si è trasferita a Los Angeles, poi è tornata nel Regno Unito, stavolta nel nord-ovest inglese, dove ha raccolto tutti i pensieri e gli stati d’animo, un’introspezione sfociata nell’ottimo Reward (2019). Con l’inizio della pandemia Cate ha deciso di riabbracciare le sue origini, stabilendosi a Cardiff. La vita rallentata e il pericolo costante la fanno piombare in uno stato d’animo che mischia disagio, rassegnazione e sensi di colpa.

Pensa ad un virus che pian piano si è impossessato dell’esistenza di milioni di persone, minacciandone tante altre, ma anche i cambiamenti climatici affollano i suoi pensieri. Sempre più spesso si pone una domanda: “Se sentissi che la fine è vicina, quale sarebbe il tuo ultimo gesto?”. Così la mente corre e proietta immagini apocalittiche, l’eruzione del Vesuvio è la prima cosa a cui pensa. Nasce così l’idea di Pompeii.

E’ un disco fatto in casa nel senso letterale dell’espressione. Ad eccezione della batteria suonata da Stella Mozgawa e dai fiati ad opera di Euan Hinshelwood e Stephen Black, Cate suona tutto e lo fa in una stanzetta adibita a rudimentale studio di registrazione. Nei momenti di pausa ha anche ripreso e riprodotto un vecchio dipinto di Tim Presley – suo amico e socio nei Drinks – rendendolo poi copertina del disco. L’apocalisse è stato quindi il filo conduttore nella composizione di musica pensata e composta guardando un quadro affisso alla parete.

Le tracce sono nove, ma tutte piuttosto lunghe per gli standard moderni: già Dirt On The Bed dà un’iniziale idea di dilatazione dei tempi, come se Cate dicesse al suo ascoltatore di mettersi lì seduto, tanto di tempo ne abbiamo. Il basso trascina percussioni e fiati lentamente, mentre alcune plettrate acustiche compaiono qua e la ad impreziosire l’impianto. Plettrate che introducono Moderation, un pezzo decisamente più easy listening improntato su dinamiche anni ’80.

Il filo conduttore track-by-track porta a Frech Boys, sempre di estrazione eighties ma meno danzereccia, a tinte decisamente più dark. E’ il preludio alla title track, un pezzo tipico verrebbe da dire, perché riprende tutti i canoni ai quali Cate ci ha abituati negli ultimi anni, dai passaggi semi stonati ai tempi dispari, passando per il cantato che a tratti rasenta il lamento. Un’altra decisa puntata verso gli anni ’80 si ha con Harbour, che precede il perfetto incastonamento dello stile di Le Bon alle sonorità di quel decennio.

Una nuova fase si apre nel trittico finale. Cry My Old Trouble è eterea e a tratti minimale, mischiando in modo ipnotico synth e chitarre alle solite avvolgenti bass-line. Più ritmata è Remembering Me, che si contraddistingue per il falsetto sfumato sfoggiato dalla songwriter gallese. La chiusura è addirittura inaspettata: i suoni elettronici di Wheel sono sorretti da un languido giro di piano, con il registro vocale che muta ancora in una sorta di croonering che però non disprezza tonalità ad un ottava superiore.

“Pompeii” conferma quindi la bontà dell’offerta di Cate Le Bon, lanciandola ancora una volta in quell’orbita nella quale viaggiano i prodotti alternativi più interessanti in assoluto. La nostra dimostra di saperci fare con tutti gli strumenti utilizzati, gioca con i tempi e con la sua voce, che sopperisce ad una limitata estensione con una tecnica notevole. In questo primo scorcio d’anno, “Pompeii” rappresenta uno dei lavori degni di maggior curiosità.

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