Korn – Requiem

Recensione del disco “Requiem” (Loma Vista Recordings, 2022) dei Korn. A cura di Haron Dini.

Non abbiamo dovuto aspettare tanto dal precedente album “The Nothing“, cioè ben 3 anni che sembrano passati in un batter d’occhio. Se si pensa al percorso che hanno fatto i Korn si può dire che è stato molto particolare, tra i primi iniziatori di questo genere insieme ai Deftones, e addirittura i primi a riscontrare un successo di livello globale fin da subito. Il loro genere oltre che nu-metal si può definire un po’ un ibrido, aggiungendo elementi che non sono poi così convenzionali, dal funk, all’industrial e al groove.

Arrivati al presente, facciamo qualche passo indietro, più precisamente al 2013: in quell’anno uscì “Paradigm Shift“, che da parte del sottoscritto è stato un album molto convincente ma strano. Un’immediatezza a livello di aggressività che non si era mai sentita prima dal gruppo. Il sound si evolve, sposando stilemi quasi deathcore per certi versi, ritornelli che strizzano l’occhio al metalcore, riff che osano in tempi dispari e momenti elettronici (che non è una novità) messi molto in primo piano. In questi 8-9 anni, abbiamo trovato la band al servizio di una narrazione drammatica individuale, fatta di crisi psicologiche e demoni interiori ormai fossilizzati nell’animo umano, ma soprattutto un Jonathan Davis in lutto per la perdita della ex moglie Deven.

Una musica che esplora la rabbia e l’isolamento, e questo “Requiem” in uscita proprio oggi non è da meno. Anche qui troviamo dei Korn che guardano direttamente in faccia all’inferno, e l’iniziale Forgotten ci dimostra ancora una volta che lo stile della band non si è spostato, ma che comunque tiene il mordente nei suoi quasi 3 minuti e mezzo. Andando poi avanti con l’ascolto, Let The Dark Do The Rest e il primo singolo uscito Start The Healing sono probabilmente le canzoni scritte meglio e più ispirate, forse anche quelle più accessibili ma che non si vergognano a essere anche “in your face”. La parte centrale del disco riprende alcune cose già sentite anche in “The Serenity Of Suffering“, probabilmente anche di “The Path of Totality“, un modo anche di riguardare la seconda decade, sviscerarla e reinventarla in qualche modo con soluzioni più “moderne”. La parte finale, affidata a My Confession e Worst Is On It’s Way, è un salto nel passato che farà felice anche il fan più datato. “Requiem” è insomma un disco che esplora a 360° tutto l’universo musicale che i Korn hanno creato dal 1993, riuscendoci a tratti, in altri invece zoppicando un po’.

Riassunti tutti i punti, questa fatica non segna un ritorno ai tempi d’oro, ma bisogna dire apertamente che la band dimostra di essere ancora in grado di fare bene. Non è un lavoro sbrigativo, anche a livello produttivo (e ci mancherebbe) ma a piccoli passi i Korn continuano ad esplorare dei suoni e delle sensazioni che fanno parte di territori diversi, che forse loro stessi devono ancora ben visualizzare. Non è più musica schizzata, ma sicuramente diretta verso un pubblico più mainstream, d’altronde è anche l’unico modo per portare a casa più ascolti. Bisogna accettare il fatto che il cambiamento c’è in in tutto, e la band  lo sta facendo senza tradire nessuno, questo è l’importante.

Requiem” è un disco personale e profondo, che guarda non solo al quotidiano, ma anche ai problemi più difficili da affrontare, con un Jonathan Davis che lavoro dopo lavoro cerca una redenzione.

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