Alto Arc – Alto Arc
Recensione dell’EP “Alto Arc” (Sargent House, 2022) degli Alto Arc. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Si ha come una sensazione di straniamento dalle dinamiche presenti quando ci si approccia ad un progetto come Alto Arc. Mi spiego meglio, è come se le lancette del tempo siano tornate indietro a momenti in cui l’idea stessa di “progetto” si legava indissolubilmente ad una questione estetica, che era parte integrante e non slegata in alcun modo con la sostanza musicale che stava alla base del prodotto, se di prodotto in senso stretto si può parlare.
Il punto è che a venire a contatto sono quattro figure che ad un primo sguardo non hanno potenzialmente nulla a che fare l’una con l’altra: due produttori, il britannico Danny L. Harle, che fino ad oggi ha gravitato più spesso dietro al banco mix di potenti nomi della scena pop (Charlie XCX, 100gecs, Tommy Cash) e meno nello spazio sotterraneo (se Jónsi e Perfume Genius possono ancora essere considerati tali), Trayer Tyron, membro degli Hundred Waters, George Clarke, voce di una delle più famigerate e bistrattate band black metal della nuova ondata ossia i Deafheaven e Isamaya Ffrench, make-up artist inglese collaboratrice di I-D, Vogue, Dazed, Yves Saint Laurent, Tom Ford e il cui talento è stato richiesto anche da Björk. Come quattro figure così tanto distanti tra loro possano infine congiungersi in un’unica creatura è quella scintilla che, anche un po’ facilmente potremmo definire semplice creatività, eppure è proprio così.
Basterebbe osservare il video di Bordello per capire come il concetto creativo sia centrale e che il gradiente visivo non sia semplice accessorio – cosa che sempre più affligge l’idea stessa di clip in quest’epoca post-televisioni musicali – ma punto focale, a partire dalla scelta dei colori, che riportano direttamente all’artwork dell’eponimo EP, e che si estendono fino alla scelta di costumi, trucco e soggetto, in un turbine misterico in bilico tra oriente alienato e crowleyianeità vittoriane, dando sfogo a tutta una serie di turbamenti imponentemente visuali prima ancora che musicali. Ciò che però sorregge il tutto è proprio ciò che i quattro costruiscono, e che è difficile ascrivere a un movimento piuttosto che ad un altro, ché questa è musica distillata da impurità sensuali, terrore misterico e terremoti sintetici capaci di far oscillare il cervello come in tumulto e tempesta.
Pare infatti di avere per le mani un lavoro di music-design prepotentemente artistico e pregno di significati e, a dover proprio tirare in ballo un paio di nomi, farei quelli di Arca, Yves Tumor e un pizzico del progetto di Karyn Crisis e Luciano Lamanna Serpents (perché più indietro a Psychic TV e Jarboe non ha senso spingersi). L’intreccio delle splendide voci di Ffrench e Clarke non è ovvio e spinge oltre il sintomo di doppiezza, con i due a scambiarsi i ruoli melodici, in unisoni e fughe, ma anche richiamando il terrore con grida e sezioni terrificanti come fossero capaci di polarizzarsi individualmente tanto quanto coesistere in uno spazio esterno.
Cullati su distese di algida elettronica sensoriale (The Model Gospel), dissezionati su ritmiche glitchate e urticanti (lo zampino dello Zach Hill più Death Grips è ben riconoscibile sulla tremebonda Yeva’s Lullaby, la stessa Bordello) e dissolute cavalcate acide incastrate tra darkwave e kosmische musik (Nocebo), le composizioni sono tanto stratificate quanto complesse, in bilico tra eleganti linearità e assoluta follia incontrollabile ma che, non si sa come, danno un risultato più che armonico.
La necessità di contestualizzare una storia in uno spettro di colori e forme trova quindi un senso preciso nelle intenzioni di Alto Arc, una realtà che penso necessiti di una vita più lunga del poco spazio di sei brani. Troppa potenza che non si può contenere in una manciata di minuti ma che ha bisogno di un tempo esteso per essere filtrata attraverso una lente visionaria non da poco. Restiamo in attesa, che è davvero tempo di situazioni nuove.




