“The Blue Mask”: Lou Reed racconta la catarsi e l’amore come nemmeno John Lennon

“The Blue Mask” è un’opera che segna una cesura esistenziale e artistica per l’autore e, al contempo, un’opera di transizione. Non è uno dei capolavori essenziali di Lou Reed, ma pur sempre uno dei suoi capolavori

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“Lou Reed ha fatto quel che nemmeno John Lennon era riuscito a fare: ha messo il suo Double Fantasy e il suo Plastic Ono Band nello stesso disco”. Così scrisse Rolling Stone nella sua recensione a cinque stelle quando uscì “The Blue Mask”. Chi sa un minimo di John Lennon sa cosa sono stati i due album citati per lui: “Plastic Ono Band” è la catarsi, la liberazione dai traumi della giovinezza; “Double Fantasy”, la celebrazione dell’amore, della vita familiare.

Quel 23 febbraio 1982 mancava una settimana al quarantesimo compleanno di Lou Reed. Oggi, è il dodicesimo album del grande musicista e poeta newyorchese a compiere quarant’anni. A quarant’anni e (quasi) due mesi, John Lennon avrebbe trovato la morte, per mano di un fanatico cristiano, mentalmente instabile. Lou Reed fu molto più fortunato e trovò due cose: la sobrietà, dopo anni, quasi due interi decenni, di alcolismo e tossicodipendenza; l’amore con Sylvia Morales, suo secondo matrimonio – se non si conta la relazione more uxorio con una donna trans-gender fino a poco prima.

Braccia celesti / Si tendono per abbracciarmi / Sylvia, significhi così tanto per me”. Canta così Lou Reed in Heavenly Arms, una rielaborazione della melodia di Satellite Of Love, con una purezza e immediatezza lirica che neanche John Lennon con Yoko Ono. E ancora in Women: “Amo le donne, credo che siano grandi / sono una consolazione in un mondo / che è in uno stato terribile / sono una benedizione per gli occhi / un balsamo per l’anima / che incubo sarebbe / non avere donne nel mondo”. Per qualcuno, la canzone con cui Lou afferma la sua eterosessualità ritrovata, dopo anni di divagazioni sul tema. Anche se fatico a vederci una contrapposizione con le esperienze pregresse: a meno che non si voglia a tutti i costi rovinare con la politica e il fanatismo il messaggio che viene dalla vita di un’artista e un uomo libero che si muoveva, anche nella sua vita personale e sessuale, semplicemente fuori dagli schemi della società e beato lui.

Altrove nel disco, compare invece la catarsi. In The Gun, Reed esplora incubi di violenza e in Underneath The Bottle, il mondo a lui ben noto dell’alcolismo. In Waves Of Fear brilla il nuovo partner chitarristico, Robert Quine, che sarebbe rimasto con lui quattro anni: “la prima settimana e mezzo è stata fantastica”, fu il commento postumo del chitarrista, a sottolineare la difficoltà nel lavorare con Reed. L’assolo di Quine è inquietante e sembra evocare le ondate di paura del titolo: “maledico i miei tremori / trasalgo al rumore dei miei passi / mi rannicchio di fronte al mio terrore / odio il mio stesso odore / so dove devo essere /devo essere all’inferno”. Un testo immagino autobiografico, sul passato più o meno recente di un’artista a lungo tossicomane, paranoico, autodistruttivo.

Meno ovvio il significato della title-track. “La maschera blu” è certamente una metafora, probabilmente riferita alla maschera che Reed ha indossato così spesso nella sua carriera solista, per ripararsi da chi voleva una ripetizione infinita di “Transformer” o “The Velvet Underground e Nico”. La stessa maschera della copertina dove viene applicata, con un’idea di Sylvia, un filtro blu all’iconica immagine di Transformer. A posteriori, si potrebbe dire che con questo disco di quarant’anni fa inizia, almeno in parte, a sbocciare il nuovo, vero, Lou Reed, che se ne fregherà sempre di più delle pressioni del pubblico e della stampa specializzata tradizionalmente per lui fonte di stress infinito. A posteriori, The Blue Mask, si può collocare in mezzo ad alcune delle opere minori di Reed, subito prima e subito dopo due dei suoi dischi meno impressionanti: “Growing Up In Public” e “Legendary Hearts”. E bisognerà attendere la fine del decennio, con il capolavoro di “New York” perché finalmente il miglior Lou Reed esploda. Ma, in nuce, già lo puoi trovare sui solchi di questo disco.

Ho sognato che ero il presidente / di questi Stati Uniti / ho sognato di aver sostituito l’ ignoranza / la stupidità e l’odio / ho sognato l‘unione perfetta / e la legge perfetta, irrefutabile / e più di tutto ho sognato di aver dimenticato / il giorno in cui mori John Kennedy”. The Day John Kennedy Died è un anticipo dell’amarezza politica per lo stato del suo Paese che la poetica di Reed perfezionerà qualche anno dopo nel citato “New York”. La canzone, ad ascoltarla tutta attentamente e testi alla mano, fornisce anche un racconto, mirabile e cinematografico, di come si svolse, per Lou, “il giorno che morì John Kennedy”. E 40 anni dopo, le seguenti parole, risuonano incredibilmente attuali per l’America odierna: “ho sognato che non ero corrotto / e che ero giusto con tutti / ho sognato che non ero volgare o indegno / un criminale in fuga”.

Ma questa traccia è solo una digressione rispetto all’umore principale dell’album che è, allo stesso tempo, domestico e intimo. Già l’opener, My House, è tutto un programma. “Ho una vita davvero fortunata / la mia scrittura, la mia moto, e mia moglie / e a coronamento di tutto / uno spirito dì poesia pura / che vive in questa casa di pietra / e di legno assieme a me / L’immagine del poeta nella brezza / le oche canadesi che volano sopra gli alberi / una nebbiolina sospesa delicatamente sopra il lago / casa nostra è molto bella di sera”. Il poeta che viene qui evocato è Delmore Schwartz, professore di Lou alla Syracuse University e suo mentore e figura di riferimento fino alla morte avvenuta nel 1966, dopo anni di depressione e alcolismo. La canzone assolve al compito di portare pace nella mente e nel cuore di Lou con una figura per lui fondamentale, che egli vuole ora ospitare idealmente nella sua nuova casa in New Jersey, accanto a sua moglie e alla sua moto. E nella sua nuova vita, da “tipo medio” di cui ci canta in Average Guy: “Sono semplicemente il tuo ragazzo medio / ho un aspetto medio / e dentro sono medio / sono un amante medio / e vivo in un posto medio / non mi riconosceresti / se m’incontrassi faccia a faccia”. Naturalmente, Lou Reed è tutto tranne che un tipo medio, ma la canzone è un manifesto d’intenti significativo, a favore della trovata stabilità e sobrietà su cui aleggia una minaccia che, ora lo sappiamo, 30 anni dopo lo porterà alla morte: “mi preoccupo perché ho il fegato ingrossato / e fa male a toccarlo”.

Musicalmente, dopo vari esperimenti più o meno riusciti nei dischi precedenti, con l’arrivo di Quine, si torna alle basi: quel “due chitarre, basso e batteria” amato da Lou. Sui vostri sterei avete un chitarrista su un canale e uno sull’altro. Inoltre Quine, un punk-rocker con un cervello, si distingueva per suonare sempre un tono musicale sopra a Reed, dando una impronta particolare al sound dell’album. Al basso il bravissimo Fernando Saunders, che comincia così una lunga collaborazione con il nostro; alla batteria un professionista solido come Doanne Perry, che poi sarà a lungo con i Jethro Tull.

“The Blue Mask” è in conclusione un’opera che segna una cesura esistenziale e artistica per l’autore e, al contempo, un’opera di transizione. Non è uno dei capolavori essenziali di Lou Reed, ma pur sempre uno dei suoi capolavori. Un livello musicale e poetico comunque irraggiungibile per i più e che lo pone accanto, o anche al di sopra a seconda dei gusti, di altri geni immortali come il citato John Lennon.

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