“Standing On The Shoulders Of Giants”, lo sguardo degli Oasis alle porte del Nuovo Millennio
Se l’intento del titolo è far capire che la band dei Gallagher ora si erge in piedi sulle spalle dei giganti Fab Four di Liverpool, c’è un non so che di romantico in tutto questo, quasi di rivendicazione delle loro radici musicali

Quanto tempo è passato… sembra una vita. Già, una vita da quando mi trovavo davanti ai cancelli degli stadi e delle arene a bere birra e fumare con gli amici, mentre sfilavano qua e là imitatori dei fratelli del brit pop. La famosa domanda tra gli amanti del genere made in England: Blur o Oasis? non l’ho mai capita, in quanto si parla di due band completamente diverse, ispirate da altri sound e soprattutto da altre forme di creatività musicale. Di certo Damon Albarn con i suoi Blur e Gorillaz ha dimostrato una versatilità e creatività al di fuori del comune. I fratelli Gallagher, dal canto loro, hanno dato un contributo importante alla scena della musica inglese: il rock grezzo di “Definitely Maybe” (1994), la freschezza del capolavoro “(What’s the Story) Morning Glory?” (1995), per poi arrivare alla maturità di “Be Here Now” (1997) e in seguito la raffinatezza della raccolta di b-sides “The Masterplan” (1998). Quest’ultimo forse, a detta di molti non che del sottoscritto, considerabile la miglior creazione della band di Manchester.
Esattamente 22 anni fa, per la Epic Record, usciva “Standing On The Shoulder Of Giants” l’album più discusso del gruppo e forse quello che più ha spaccato la critica. Il sound propugnato da Noel è sicuramente meno spinto, non si avvicina minimamente all’album di esordio, né alla sfrontatezza di “Morning Glory”. C’è sicuramente più maturità in questo disco, più riflessione e anche più studio delle melodie e della struttura delle tracce. Del resto, “Be Here Now” aveva già fatto presagire che il sound della band era in evoluzione e nonostante Liam apparisse sempre come il simpatico bullo scapestrato, Noel covava una sua maturità artistica che in questo disco comincia a farsi sentire in modo spiccato. Se l’intento del titolo è far capire che la band dei Gallagher ora si erge in piedi sulle spalle dei giganti Fab Four di Liverpool, c’è un non so che di romantico in tutto questo, quasi di rivendicazione delle loro radici musicali.
Fuckin’ In The Bushes esplode come un inno rock psichedelico, duro, che omaggia il periodo d’oro del genere rock degli anni ’70, registrazioni audio di voci provenienti dal lontano Festival all’Isola di Wight nel 1970 ci riportano indietro nel tempo. Questo brano non era affatto male come traccia per prepararsi a salire sul palco; devo riconoscere, che faceva il suo buon effetto nei live del 2000. Proprio in quell’anno, fu indimenticabile lo spettacolo offerto dalla band nel live allo stadio di Wembley, che ritroviamo nel disco live “Familiar To Millions”.
Go Let It Out insieme alla splendida ballad Sunday Morning Call interpretata totalmente da Noel, diventano presto dei classici della band di Manchester. Soprattutto nella seconda vediamo come il Gallagher maggiore mette in atto una sua personale evoluzione artistica sul piano compositivo. Non che nella storia della musica abbia aggiunto qualcosa di particolarmente innovativo, ma per la maturità della band, sicuramente rappresentava un punto di svolta, anche se magari non ha riscosso il bene placido di tutti i fan.

Si aggiungono ad un piano più raffinato sul piano melodico anche Who Feels Love? e la ballad Little James dove soavi tastiere impreziosiscono il sound di questo brano. Di tanto in tanto la vena rock del passato si fa viva con qualche fiammata come Put Yer Money Where Yer Mouth Is, dove la band fa vedere che non si dimentica le sue origini rock sfrontate e ricche di pathos. La faccia di bronzo di Liam lo rendeva sempre il cavaliere ideale per rendere al meglio ciò che gli Oasis erano e rappresentavano all’epoca. Forse il più grande contributo che il fratellino Gallagher abbia dato alla band è probabilmente la sua grinta e la sua sbruffonaggine, anche se qualche perla musicale di tanto in tanto anche lui è stato in grado di donarla ai suoi fan.
Chi la fa veramente da padrone, come sempre è stato in questa band, è il fratellone Noel che, oltre a registrare quasi tutto da solo, è il vero cuore creativo. Monito del suo estro in questo album, oltre alla già citata Sunday Morning Call, è anche Where Did It All Go Wrong?. La sua voce mantiene sempre quella purezza che incornicia alla grande questo genere di brani. Sul piano compositivo Noel si avvicina a certe composizioni del suo amico Paul Weller, che gli danno quel peso e quella maturità artistica che forse lui stesso andava cercando.
Sul finale la band ci regala un’ultima fiammata rock: I Can See a Liar, brano interessante, coinvolgente che ci fa immergere nuovamente nel rock del passato. E con Roll It Over altro pezzo dove il fratello maggiore scende in cattedra cercando, con le sue non illimitate doti chitarristiche, di avvicinarsi a qualcosa che assomiglia ad una psichedelia stile Pink Floyd, colorando il pezzo con un’aura nuova.
Quell’aura produrrà ancora tre album, nei quali lentamente perderà sempre più splendore: passando per i vari “Heathen Chemistry” (2002), “Don’t Believe The Truth” (2005) e infine “Dig Out Your Soul” (2008) il fenomeno Oasis si dirigerà verso il tramonto, dopo l’ennesimo pesante litigio tra i due fratelli che approfittano per lanciarsi entrambi nelle loro rispettive carriere soliste. Ascoltando l’ultimo lavoro in studio “Dig Out Your Soul” (2008) non sono convinto che sia stato del tutto un male che gli Oasis si siano sciolti, ma dall’altra parte, resto uno dei nostalgici che sperano di rivivere quelle emozioni che i fratelli Gallagher ci hanno saputo regalare in passato.

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