Jon Spencer & The HITmakers – Spencer Gets It Lit

Recensione del disco “Spencer Gets It Lit” (In The Red, 2022) di Jon Spencer & The HITmakers. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Quella per Jon Spencer, da parte mia, può tranquillamente trattarsi di perversione, né più, né meno. Torno sempre a lui, in qualsiasi creatura tenda ad incarnarsi. Non ero nemmeno triste alla notizia della fine dei Blues Explosion, perché certe cose è meglio che finiscano sottoterra piuttosto che marciscano al sole, e di sicuro non è stata né la prima né sarà l’ultima cosa che questo quasi sessantenne indemoniato seppellirà.

Archiviata l’esplosione blues, Spencer ritorna a parlare di hit, come nel suo solista del 2018, questa volta accostando queste tre semplici lettere al suo “nuovo” carrozzone di mostroidi, ovvero gli HITmakers, il cui nome corrisponde alle persone di Sam Coones, M. Sord/Michael Gard e Bob Bert. Le virgolette che racchiudono la parola nuovo sono doverose siccome il secondo e il terzo non sono vergini, spenceristicamente parlando, avendo suonato uno nei Boss Hog ed essendo l’altro l’uomo al comando dei Pussy Galore (ma magari voi lo ricordate di più come batterista dei Sonic Youth, chissà), mentre il buon Sam è metà dei leggendari Quasi. Forse l’idea di supergruppo sta proprio dietro l’angolo, non fosse che da ‘ste parti gli angoli non celino altro che un colpo in testa e una rapina.

Ragionandoci si potrebbe immaginare una band a due batteria, visto che Sord e Bert lo sono entrambi, non fosse che l’ex-SY qui si diverta a suonare la spazzatura. Sì, la spazzatura, forse a voler rendere ancor meglio l’idea di trash (chi ha pensato a Garbageman non l’ha fatto a sproposito ma qui si predilige Junk Man), verbo che Jon professa da parecchi anni a questa parte, e anche perché a far le cose in maniera classica non si va da nessuna parte, soprattutto ad una certa età. Vecchi o no, Spencer e i suoi HITmakers si fanno sotto con un debutto che suona già, beh, vecchio. Se pensate però che “Spencer Gets It Lit” prenda questo termine come un parametro negativo siete chiaramente fuori strada. Non avrebbe avuto granché senso per questi rapaci del garage lambiccarsi su qualche formula a là page, li si sarebbe presi proprio per rincoglioniti, mentre riprendendo un filo del discorso mai interrotto hanno nuovamente fatto centro pieno.

Non si fa un uso di elettronica ripulita (“Acme” è lontano migliaia di anni), qui si finisce dritti nelle fogne e in quelle discariche tipicamente statunitensi, piene zeppe di rottami che vengono percossi senza ritegno, eppure il tutto risulta molto meno lercio di quanto ci si potrebbe attendere. Un suono asciutto è quel che serve, il metallo scintilla sotto un sole marcio, le chitarre slabbrate si muovono serpeggiando su legno e ferraglia, che Jon, allampanato sciamano di un rituale in cui è il fuoco a prendersi la scena, con voce sempre più consunta amministra da vero e proprio istrione del rock più infame. Verrebbe da pensare che un disco così sensuale (se ritenete sensuale “Tetsuo The Iron Man”, e per chi scrive è esattamente così) e sinuoso non possa concedersi il piacere della badilata sui denti, e invece ne è disseminato, ché la violenza non ha un solo volto, spento e rattrappito, ma può vestirsi da zombie psychobilly e prenderti a calci nello stomaco fino a che non chiedi pietà, sempre ammesso voglia concederne, e no, qui non c’è pietà che tenga.

Ed ecco come Spencer ha dato fuoco a tutto. Ancora una volta e senza cambiare di una virgola, perché lo spirito di certa roba non ha bisogno di adattarsi ad una società sempre più putrescente, bensì di farsi da parte e mostrare il culo.

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