Pictish Trail – Island Family
Recensione del disco “Island Family” (Fire Records, 2022) di Pictish Trail. A cura di Alessandro Piccin.
Mi sembra una buona idea introdurvi Johnny Lynch – aka Pictish Trail – partendo proprio dal suo nome d’arte e dal titolo di questo nuovo album, “Island Family“. Entrambi rimandano infatti alla sua amata terra, l’isola di Eigg, paradiso verde e umidiccio al largo della costa scozzese, nelle Ebridi, dove il musicista vive insieme alla sua famiglia.
Sebbene piuttosto sconosciuto in Europa, Pictish Trail è un discreto pezzo grosso non solo in Scozia, ma negli UK in generale, anche grazie alla sua etichetta Lost Map Records e al non-più-così-piccolo Howlin’ Fling Festival, di cui è curatore ufficiale e che ha visto passare nomi del calibro di Jon Hopkins, Cate Le Bon e Jane Weaver.
Non deve sorprendere dunque che abbia girato il mondo come supporting act di Belle & Sebastian, Sea Power, Slow Club e KT Tunstall, oltre che essersi esibito a Glastonbury e – per ben 19 anni consecutivi – al Green Man Festival, in Galles, prova ultimissima che ci troviamo di fronte a una delle più longeve realtà dell’underground pop britannico.
“Island Family” è infatti il suo quinto album, sempre per la londinese Fire Records, e segue il precedente “Thumb World” (2020), vera e propria gemma pop di cui potete leggere qui (https://www.impattosonoro.it/2020/03/23/recensioni/pictish-trail-thumb-world/). Il one-man-band scozzese ci ipnotizza ancora una volta con un personalissimo cocktail pop, talvolta euforico e nevrotico, talvolta bucolico e psichedelico, influenzato sicuramente dai conterranei The Beta Band, dai Flaming Lips e da certi Radiohead (basti ascoltare Thistle).
Si parte col botto con Island Family, peripezia elettro-allucinogena tutta Animal Collective, e Natural Successor, pensata ad-hoc per soggiogare i fan dalla nuova scena post-post-punk britannica grazie a pesanti linee di basso e irresistibile motoricità. Il genio di Pictish Trail, tuttavia, si rivela nel bel mezzo del disco: a lasciare davvero a bocca aperta sono infatti In The Land Of The Dead, una serenata analogica degna dei migliori Notwist, l’irresistibile lunaticità radio-pop di It Came Back, e soprattutto Melody Something, un’epica ballata che invita a lasciarsi scappare una lacrimuccia (alla maniera degli Arcade Fire, per intenderci).
Per noi, “Island Family” è l’ennesimo centro pieno di Pictish Trail, che si riconferma una delle realtà pop più originali e ispirate d’oltremanica. Mi piacerebbe dire che meriterebbe più visibilità, ma – conoscendo la fragilità di certe bolle creative – preferisco prendere una posizione più cauta, quasi “scaramantica”: lasciarle flottare per non farle esplodere.



