Kurt Vile – (watch my moves)

Recensione del disco “(watch my moves)” (Verve Records, 2022) di Kurt Vile. A cura di Simone Grazzi.

La bellezza di una giornata illuminata da un radioso sole primaverile. Un ragazzino con la guancia adagiata sul proprio avambraccio e lo sguardo a fissare i paesaggi che scorrono lenti fuori dal finestrino dell’auto in corsa. La meta del viaggio non è importante. Come sempre del resto.

Ciò che fa la differenza è la musica che sta accompagnando l’intera scena. La voce è quella di un folk-singer dinoccolato, un po’ sornione, dal volto buffo, apparentemente triste e rilassato. Il suono è un po’ pop e un po’ psichedelico. Nell’aria c’è eredità bluegrass, country e indie-rock. Il viaggio procede lento, ma nessuno ha fretta, nessuno si lamenta. C’è voglia di godersi il momento e la musica rende tutto perfetto.

Il nuovo disco di Kurt Vile è un viaggio fra quelle sonorità che da sempre ne hanno accompagnato il percorso da solista. Con “(watch my moves)”, uscito giusto da una manciata di giorni, il numero degli album all’attivo salgono a nove. Quantità sufficiente per fare un primo bilancio di quella che è stata fino adesso la carriera del musicista nato a Philadelphia il 3 gennaio del 1980.

Una carriera da solista che forse il suo apice lo ha già raggiunto con “Wakin On A Pretty Daze “ del 2013 e “B’lieve I’m Goin Down…” del 2015, ma che continua a produrre canzoni che sanno arrivare nel luogo dove tutto quanto fa la differenza e cioè dritto al cuore. Non fa eccezione questa nuova fatica autoprodotta e registrata presso l’OKV Central, il nuovo studio casalingo di Kurt Vile, a Mount Airy, nei sobborghi di Philadelphia. 15 tracce, di cui 14 inedite più una cover del Boss Bruce Springsteen a completare la setlist.

All’orizzonte non c’è niente di veramente nuovo, di sconvolgente o che faccia gridare al miracolo e allora perché sono giorni e giorni che non faccio altro che ascoltare e riascoltare questo disco? Perché ogni volta che salgo in macchina faccio partire Like Exploding Stones, e rimango in silenzio meditativo fino alla fine dei suoi 7 minuti e 18 secondi? Accendo il computer, clicco su quella stilizzata freccia rivolta verso destra e in un attimo sono già alla traccia numero 15. Già finito! Già finito? Tanto dopo cena me lo ascolto di nuovo! Magari non tutto, ma almeno un po’ sì.

(watch my moves)” è un disco che sarebbe potuto spuntar fuori dalla fine degli anni ’70, ma anche dai quei primi ’90 che così tanta eredità, proprio da quel decennio incredibile, hanno saputo raccogliere e farne tesoro. Arrangiamenti avvolgenti, ora malinconici, adesso vivaci. Un disco il cui focus rimane incentrato sulla composizione musicale e sui testi, ma anche sul riuscire a trasmettere ad ogni nuova traccia emozioni, visioni. Ci riesce. Kurt c’è riuscito anche questa volta.

Anche un pezzo strumentale come Kurt Runner, apparentemente appoggiato lì, sul finale del disco, quasi a preannunciarne l’imminente conclusione, riesce a trasmetterti uno stato d’animo, un pathos, che spesso in tanti acclamati dischi di oggi non si trova neanche con la lente d’ingrandimento. Mount Airy Hill (Way Gone), Cool Water, Chazzy Don’t Mind, Stuffed Leopard, sono una dopo l’altra canzoni dolcissime, leggiadre carezze su quella guancia del bambino citato all’inizio che così come già descritto è ancora lì a godersi lo scorrere dei colori dei paesaggi fuori dal finestrino.

Come è possibile che adesso, di nuovo arrivato alla fine dell’ascolto di questo disco senta la voglia di volerlo riascoltare ancora, magari tra qualche ora?

Kurt Vile è e rimane uno dei migliori cantautori dei nostri tempi, capace, senza farci gridare al capolavoro, di scrivere, cantare e suonare grandi canzoni, di quelle capaci di raggiungere quel luogo dove tutto fa la differenza, il cuore.

Post Simili