Karin Park – Private Collection
Recensione del disco “Private Collection” (Pelagic Records, 2022) di Karin Park. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Nel corso degli anni la musica può mutare, anche e soprattutto quella fissata su supporto, se non immediatamente in performance di varia entità (se si escludono certe situazioni e artisti) magari anche solo nella testa di chi le ha composte e suonate per tanto tempo, magari per quattro lustri.
Il caso di Karin Park e della sua “Private Collection” non fa differenza in tal senso, spingendosi ben al di là del proprio passato puramente discografico. Durante l’infanzia, cresciuta in una famiglia di stampo cristiano, veniva spedita in una chiesa in mezzo ai boschi di Svezia, e questo deve aver formato Park e il suo gusto per una certa tipologia di suoni più di quanto non farebbe con qualcuno di noi, pur abituati a chiese e cori, tant’è che pochi anni fa acquista proprio quella chiesa e la converte in uno studio di registrazione.
La musica che riverbera in un luogo tanto sacro diviene l’alveo profano del pop, quello utilizzato dall’artista per formarsi in ogni suo aspetto e sfaccettatura. Prendere pezzi di sé sparsi in un ventaglio temporale tanto ampia e stenderli su un unico tappeto di suoni e sensazioni non è cosa semplice, perché si deve entrare a contatto con svariate realtà, momenti che restano impressi nella memoria e solo lì possono essere rievocati, in solitudine, davanti ad un organo che ancora odora di Te Deum e Ave Maria. La natura solitaria di “Private Collection” non perde questa singolarità nemmeno con le collaborazioni di cui si avvale Park, ossia il consorte Kjetil Nernes, Andrew Liles dei Nurse With Wound e della violoncellista Benedetta Simeone, perché è dalla sola mente della loro autrice che scaturisce tanta solennità imperante.
In una navata il suono pulsante dei macchinari sintetici risuona forte anche quando ovattato dalle nebbie del tempo, e proprio qui salgono in superficie Glasshouse e Tokyo By Night che, attraverso programmi senzienti si fanno granulose e evanescenti, ancor più di quanto non siano momenti come quelli appena accennati in Bending Albert’s Law, Opium o la versione ancor più straziante di Blue Roses che ha tutte le caratteristiche dei grandi brani del passato nella loro versione unplugged in qualche città del Nord America se non proprio oltre lo stato di violenza in crescendo che schianta il finale di Look What You’ve Done. Ogni tasto pigiato è una ferita che si apre e riversa parole e voce in un calice di cristallo e si fa sempre più struggente e pesante, da qui sgorgano perle di bellezza come Shine, capace di crepare il cuore in tante di quelle parti da renderne impossibile la ricostruzione, anche solo parziale, o Give elegiaca sonata al chiaro di luna che santifica il folklore sacrificandolo all’altare del futuro.
Qui tutto fa male, a modo suo e in tanti modi differenti e celebra la bravura di un’artista che, non mi stancherò mai di dirlo, dovrebbe stare molto più in alto di dov’è ora, anche se il sottobosco pare essere un luogo in cui tutto il cuore di Karin Park potrebbe riversarsi anche se difficilmente basterebbe a contenerlo.




