Death Cab For Cutie – Asphalt Meadows
Recensione del disco “Asphalt Meadows” (Atlantic, 2022) dei Death Cab For Cutie. A cura di Fabio Gallato.
Nel presentare il nuovo album “Asphalt Meadows” Ben Gibbard lo ha descritto come “la nostra prova più affiatata da molto tempo a questa parte”. Ed è paradossale se si pensa che il decimo album in studio dei Death Cab For Cutie sia nato e si sia sviluppato a distanza, segnato dai lockdown, dalla pandemia e da un generale senso di isolamento.
Questi anni difficili nel disco si sentono tutti, ma non ne fanno un lavoro sofisticato, sfilacciato e innaturale, anzi, ed è vero quel che dice Ben Gibbard, “Asphalt Meadows” suona coeso e compatto come non sempre si è sentito nelle prove della band di Bellingham dai tempi di “Narrow Stairs” in poi. Il problema, semmai, è che “Asphalt Meadows” soffre di quella stanchezza cronica che ha segnato tutte le ultime uscite dei Death Cab For Cutie i quali, ancora una volta, scelgono di appoggiarsi a formule già ipercollaudate ma che faticano ormai a rendere se i giri del motore tendono al minimo.
Non deve trarre in inganno l’uso più massiccio di sonorità elettroniche, l’impianto rimane ben saldamente ancorato a quell’indie-rock di cui i nostri sono stati maestri, ma che con il passare degli anni hanno ripulito di quasi tutte le componenti emo che lo rendevano unico e inimitabile. Pochissimi i guizzi in un disco che non ha veri e propri inciampi, ma che fila via dritto in una linea retta di delittuosa e noiosa mediocrità: i saliscendi rumorosi à la nuovi Low di I Don’t Know How I Survive, lo spoken word di Foxglow Through The Clearcut, il dream pop fumoso di Fragments From The Decade e poco altro.
“Asphalt Meadows“, insomma, ci consegna dei Death Cab For Cutie in crisi di gioco che puntano a campare aspettando la giocata del singolo – Gibbard è semplicemente impeccabile, come sempre – quando invece sarebbe il caso di spingersi avanti con tutta la forza che si ha in corpo.




