GOLDENGROUND: Agipunk

Agipunk: più che una label o un booking, un punto di riferimento, che poteva far sentire i kids più consapevoli, sicuramente, al cospetto dell’enormità delle etichette americane che spadroneggiano in ambito grind, crust e hardcore. Abbiamo deciso di far due chiacchiere con chi da più di vent’anni manda avanti questa realtà

Goldenground

Esiste un mondo sommerso, una selva di persone, passioni e cuori che stanno dietro alla musica e che ogni giorno la nutrono con amore paterno, nascosti dietro le quinte della scena. Goldenground va a scavare negli intricati tunnel dell’underground per portare alla luce le scintillanti pepite d’oro sparse in tutta Italia e per dare voce a chi è solito dare voce alla musica.

Fast Fest. Do It Yourself. La Piovra, Ohuzaru e Ban This!. Tour lunghissimi, che mi sembravano infiniti, a leggere le date. Chiacchiere al banchetto. Consigli. Per me, Agipunk è sempre stato questo. Più che una label o un booking, un punto di riferimento, che poteva far sentire i kids più consapevoli, sicuramente, al cospetto dell’enormità delle etichette americane che spadroneggiano in ambito grind, crust e hardcore. Sin dalla sua nascita ai giorni nostri, tra avvicendamenti, traslochi e riorganizzazione, l’etichetta bolognese rappresenta, in Italia, un vero e proprio colosso, che ha avuto però sempre come prima caratteristica quella di rimanere al fianco delle realtà occupate e indipendenti di tutto il continente, facendo, in un certo senso, cambiare il modo di intendere la musica DIY nel vero senso della parola. 

Abbiamo deciso di far due chiacchiere con chi da più di vent’anni manda avanti questa realtà. 

Potreste farci una cronistoria di Agipunk, dalle sue origini ai giorni nostri? Com’è nata la collaborazione tra voi?

Koppa: Ciao a tutti. Dunque, le origini di Agipunk sono un po’ avvolte nella nebbia, da una parte perché nasce in provincia di Pavia dove appunto la nebbia è di casa, dall’altra perché io sono entrato nella formazione nel 2006 quando Agipunk compiva circa 10 anni ed era già un’etichetta abbastanza avviata con dei colossi dell’hardcore punk in catalogo come Forca Macabra, Declino, Contrasto, Eu’s Arse e compagnia. Quindi, dopo aver spoilerato che l’etichetta nasceva intorno alla metà degli anni ’90 (tra il ’94 e il ’96 mi diceva Mila, colui che le diede vita), vi posso dire che nei primi tempi gattonava a braccetto con un’altra realtà locale di nome AZ Autoproduzioni, poi, una volta messi i dentini e imparato a stare in equilibrio, ha continuato indipendente da altre realtà e raggiunta l’età scolare si è trasferita a Bologna non solo per motivi legati alla qualità dell’istruzione ma anche perché Mila aveva voglia di spostarsi da quelle parti. L’iter è stato quello di quasi tutte le label in circolazione: si nasce per far uscire i dischi del proprio gruppo coi proventi dei quali si finanziano altre uscite di altri gruppi (di amici) fino ad arrivare, se non si sono fatti troppi passi falsi, a valicare i confini dello stivale per co-produrre dischi di gruppi per i quali magari si è condiviso un palco e si è fatta amicizia o ne è stato organizzato un concerto da qualche parte. A questo punto (siamo a cavallo del nuovo millennio) Agipunk fa amicizia con Tetanus, gestita dall’esimio Borys Catelani (detto anche Catellani carissimo), dando così vita ad una joint venture che per l’epoca ricordava fusioni incredibili di multinazionali come Volkswagen/Audi. A proposito di WV/Audi, io in quegli anni vivevo a Carrara e facevo proprio il meccanico presso un’officina autorizzata da quelle due marche lì. Oltre a questo gestivo una piccola label/distro dal nome Disastro Sonoro. Siccome facevo paura ai due colossi, sono stato invitato a far parte dell’allegra combriccola, d’altro canto, come dice il proverbio, dove si sta in due si sta anche in tre, e, come dicono i Queen, “if you can’t beat ‘em, join them”. Quindi nel 2006 mi trasferisco a Bologna pure io ed entro a tutti gli effetti in quello che diventerà un progetto multitasking che prevedeva etichetta, distribuzione, booking d.i.y. e servizio van e backline rental per gruppi d.i.y. in tour. Nel 2013 (se non ricordo male) Borys abbandona il progetto per concentrarsi sulla sua neonata etichetta (Ripping Storm) dedicata al death/black/thrash metal rigorosamente d.i.y. e lindo da qualità negative che spesso sporcano questi determinati generi. Io e Mila invece continuiamo fino al 2019, anno in cui lui si trasferisce negli Stati Uniti e inizia la sua nuova etichetta Sonarize Records, con la quale abbiamo collaborato per svariate uscite targate Agipunk in Europa e, appunto, Sonarize al di là dell’oceano. A questo punto entra in scena Andrea Masbucci, già noto alle cronache rosa per essere il bello degli Horror Vacui. Anche lui di origini pavesine (non perché è un biscotto, ma perché è di Vigevano), porta una ventata di freschezza e di Lombardia in quella che nel frattempo era diventata un’etichetta di riferimento per il crust e l’hardcore internazionale realizzando dischi per pietre miliari come Wretched, Doom, Extreme Noise Terror, Wolfbrigade, Extinction Of Mankind, Vitamin X, Hellshock e tanti tanti altri. In questo momento, oltre a rispondere alle tue domande, stiamo impacchettando i nuovi 7” dei Wolfbrigade per la gentile clientela dell’etichetta che, ringraziando il dio del punk, si è allargata a dismisura facendo di tutto questo la nostra attività principale, ergo, un lavoro vero e proprio.

Andrea: Sono entrato in Agipunk appena prima dell’inizio della pandemia, giusto in tempo per fare il trasloco del magazzino e subito dopo rimanere bloccato a casa durante lockdown, mica male eh? Ad ogni modo, con l’uscita di Mila, si era creato spazio per iniziare una collaborazione tra me e Koppa visto che conoscevo già le dinamiche di Agipunk ed essendo amici e suonando insieme da anni sapevamo di essere più o meno sulla stessa linea d’onda.

Domanda cruciale: si vive di punk? Agipunk è la vostra unica fonte di sostentamento oppure svolgete altri lavori? Quanto tempo al giorno dedicate, in media, alla gestione dell’etichetta?

K: Bah, se si riesce a vivere di punk significa che si è molto molto bravi e determinati e bisognerebbe mettere dei paletti o comunque trovare un pedigree per capire fino a che punto è punk uno che vive di punk, come vive il punk e come vive in generale. Io ti posso parlare della mia esperienza: la mia distro prima di Agipunk stava in piedi per miracolo e chiaramente il profitto era zero assoluto anche perché non avevo minimamente messo in conto di trarne profitto. Quando io e Mila abbiamo deciso di abbandonare i nostri lavori regolari per buttarci anima e corpo nel progetto abbiamo fatto molta fatica per i primi tre anni, arrabattandoci tra svuoti cantine, traslochi e ogni sorta di sbattimento che ci facesse alzare due soldi per mangiare e pagare l’affitto. Poi la cosa ha ingranato e abbiamo iniziato a trarne dei vantaggi (leggi “stipendi”), ma il profitto della distro era il 10% di questi stipendi perché era il van rental il motore dell’impresa. Senza quello non ce l’avremmo mai fatta. Con la pandemia è esploso il mercato del disco in vinile, quindi ti posso dire che adesso io e Masbucci, con due partite iva riusciamo a stare a galla solo con l’etichetta/distro, ma lavoriamo tanto e guadagniamo poco rispetto alla mole di lavoro, che prevede una giornata dalle 6 alle 8 ore in magazzino a impacchettare ordini e scambi, contabilità, corrispondenza, inventario ecc. Poi c’è il negozietto all’interno del Freak Out club ogni volta che c’è un concerto (quindi quasi ogni sera), ci sono le fiere e gli eventi a cui ci invitano e, last and definitely least,i concerti. Perché li ho lasciati per ultimi nell’elenco? Perché da quando Agipunk è diventato un lavoro al 100% con tanto di onori e oneri (leggi tasse, INPS, commercialisti ecc) per me non ha più molto senso andare a fare il banchetto ad un concerto in un posto occupato (a meno che non suoniamo noi, in tal caso ci portiamo sempre dietro 3 vasche di dischi), perché ci sarebbe una discrepanza tra le solite 5 o 6 distro piccoline fatte di 3 scatole di dischi, cassette, fanzines e la nostra corazzata Potemkin fatta di 10 vasche, magliette, CD ecc, insomma, mi sembra fuori luogo, anche solo il concetto che noi siamo ufficialmente quello che in U.S.A. chiamerebbero un business e stonerebbe coi contenuti di un centro sociale, ecco.

A: Ho lavorato nella ristorazione per tutto il primo anno della mia esperienza in Agipunk fino a che la mole di lavoro mi ha portato a lasciare il lavoro. Quindi sì, si vive di punk ed è il miglior modo per metterci il 100% e dedicarsi totalmente.

Come avete vissuto il lunghissimo, forzato periodo lontano da concerti ed eventi ove partecipare con Agipunk Distro?

K: Devo dirti la verità, ci è andata di culo. Io avevo da poco preso casa e questa cosa mi ha consentito di abbandonare il vecchio magazzino che avevamo in condivisione con Abisso Serigrafia e trasferire tutto l’armamentario nella nuova location trasformando una sorta di grosso garage in quello che è il nostro attuale quartier generale. Tutto questo 8 giorni prima che il mondo conoscesse il Covid, i lockdown e i coprifuochi. Marzo 2020 è stato abbastanza preoccupante perché ero consapevole del fatto che la distro non sarebbe stata sufficiente a sfamare una bocca, figuriamoci due… Chiaramente il discorso van rental non era nemmeno da prendere in considerazione visto che già uscire in macchina per andare a prendere il pane assumeva le tinte di un’impresa. Aprile 2020 segna una svolta in termini di vendite, nel senso che probabilmente la noia di chi era costretto in casa e l’assenza di concerti dove ci si poteva comodamente comprare un disco al banchetto ha fatto sì che si prendesse in mano il telefono e si iniziasse ad ordinare dischi come se non ci fosse un domani. A questo aggiungi un po’ di uscite azzeccate (Anti Cimex demos LP, cofanetti di 7” di Doom e Anti Cimex, Horror Vacui ultimo LP ecc) e siamo al punto in cui siamo, ossia due partite IVA che nonostante tutte le difficoltà riescono comunque a stare in piedi.

A: Meditando.

Una delle principali novità di questi ultimi anni è sicuramente l’arrivo, sotto la vostra etichetta, di due sotto-etichette, se così vogliamo chiamarle, Legion Of The Dead e Break The Chains. Da chi vengono gestite? Come mai questa scelta?

K: Break The Chains è nata credo nel 2009 come appunto side label di Agipunk, più focalizzata in ambito Metal/Punk che in quegli anni stava regalando soddisfazioni. Il “direttore artistico” era Paolo, cantante dei Children Of Technology. Lui curava le uscite, le grafiche ecc. Dopo 4 edizioni credo lui abbia perso interesse nella cosa ed è morta lì, quindi non ci sarà un numero di catalogo BTC 05. Per quanto riguarda invece Legion Of The Dead la questione è leggermente diversa. L.O.T.D. nasce per autoprodursi il primo 7” degli Horror Vacui, che, suonando post punk/death rock, c’entravano un po’ come i cavoli a merenda col resto del catalogo di Agipunk, che comunque ne curava la distribuzione. Oltre ad un’accoglienza ben oltre le aspettative, il genere che suoniamo con gli Horror Vacui è diventato di casa presso il pubblico legato ad Agipunk grazie ai numerosi gruppi di genere che uscivano da una costola della scena crust (Belgrado, Estranged, Spectres, Crimson Scarlet, Lost Tribe etc) quindi abbiamo deciso di investirci qualcosa in più e legare al carattere dell’etichetta alcune uscite decisamente devote a quelle sonorità (Horror Vacui, Deth Crux, Droidz, Nuovo Testamento). Mentre Break The Chains è da considerarsi un capitolo chiuso, L.O.T.D. andrà avanti qualora trovassimo gruppi interessanti che si rifanno alle sonorità a cui la sub label si dedica.

A: Legion Of The Dead ha molto potenziale secondo me, fino ad ora le uscite sono più che altro nostri gruppi (Horror Vacui e Nuovo Testamento) ma sicuramente in futuro arriverà dell’altro sempre sul genere post punk e darkwave.

Come scegliete i gruppi da produrre? Esiste un legame di amicizia con tutte le band del vostro rooster oppure seguite una linea più, se vogliamo usare il termine, “commerciale” e diretta?

K: Alla base c’è sempre stata l’amicizia, il rispetto reciproco e il fatto che un prodotto ci deve piacere musicalmente. Chiaramente con la crescita dell’etichetta a volte viene meno il rapporto diretto. Esempio: quando abbiamo fatto uscire gli Unholy Grave dal Giappone (per citarne uno) non ci conoscevamo personalmente, ma loro avrebbero avuto piacere di uscire per Agipunk perché gli piaceva la label e noi avevamo piacere ad avere gli Unholy Grave nel nostro catalogo (roster è un termine che non mi piace perché sottoscrive un’affiliazione che di fatto non esiste visto che ogni gruppo è libero di farsi ristampare i dischi da altre label o di approdare ad altri lidi senza troppo menate) quindi ce l’hanno proposto e l’uscita è andata in porto. Con altri gruppi c’era il discorso “tour” di mezzo, tipo i Pyroklast, di cui conoscevo solo uno dei chitarristi perché aveva organizzato un concerto ai Kontatto e uno ai Giuda negli Stati Uniti. Loro avevano un disco pronto e avevano espresso il desiderio di venire in tour in Europa. Abbiamo quindi deciso, al di là della validità del disco che secondo me è eccellente, di organizzargli un tour in concomitanza con l’uscita del disco nuovo. Questa pratica è stata riproposta varie volte per altri gruppi come Parasytic, Looking For An Answer, Hellshock, Warcry ecc. Poi chiaramente, crescendo, un’etichetta arriva anche là dove una volta per noi era solo un sogno arrivare e quindi quando sono colossi come Doom, Extreme Noise Terror, Extinction Of Mankind e Vitamin X a chiederti di fargli un disco, anche se non ci hai mai parlato in vita tua, che fai? Gli dici di no?

A: Direi entrambi anche se più che commerciabile credo che i requisiti minimi siano qualità, passione e possibilmente costanti nel suonare live.

Conosco Alessandro dai tempi delle fanzines e dei concerti al Cavalcavia di Novara: cos’è cambiato nella vostra attitudine e nei vostri atteggiamenti verso l’autoproduzione rispetto a quegli anni?

K: Facciamo che conosci Koppa, visto che Alessandro mi ci chiamano giusto in famiglia… Beh, da quei tempi sono cambiate un sacco di cose oltre a tanti capelli in meno e qualche chilo in più. All’epoca la distro era solo ed esclusivamente un mezzo per diffondere musica e idee senza alcun fine economico. Quando però una cosa cresce e devi fare delle scelte che ti portano ad ipotizzare di abbandonare il lavoro e focalizzarti al 100% su una determinata cosa, da quella cosa devi trarne un profitto a meno che non ti stia bene andare a rubare, spacciare o farti mantenere dal papà e la mamma. L’attitudine rispetto al punk rimane la stessa, forse un po’ più disillusa; l’autoproduzione resta per me l’unica via seria se non si vuole scendere a compromessi con nessuno. Di fatto però è cambiata la prospettiva, perché se prima la distro la guardavo solo da dietro un banchetto ad un concerto, ora la vedo in ogni angolo della mia vita perché è la mia passione, la mia missione, la mia fonte di sostentamento, il mio orgoglio e la mia gioia (la vita mi dà anche altre soddisfazioni, eh, non solo questa).

A: Per motivi anagrafici non ho fatto in tempo a vivere il Cavalcavia di Novara ma negli anni subito successivi ho iniziato a scrivere le lettere per comprare dischi e cassette quindi ecco, la grande differenza rispetto a prima è che forse si è perso il lato intimo e personale che creava un senso di appartenenza il quale oggi non è più intenso come nel periodo pre-digitalizzazione. Personalmente la mia attitudine è cambiata poco, uso un po’ di più le piattaforme di streaming anche perché tutto si evolve e non necessariamente in peggio.

Vivete attivamente la vita politica della vostra città, Bologna? Quali sono le realtà alle quali siete maggiormente legati?

K: Ahimè non più. Bologna era una città che offriva un sacco, ma ora è stata svuotata di spazi sociali per far largo a porcate gentrification friendly. Io e Mila eravamo parte del collettivo Nulla Osta di Atlantide. Dopo il suo sgombero nel 2015 io ho continuato a frequentarne l’assemblea per un paio d’anni, poi la decadenza della stessa mi ha fatto perdere un po’ ogni speranza e, come si dice tra giovani, gliel’ho data su. Certo il pensiero e la visione politica rimangono invariati, ma l’impegno, vista anche la piega che ha preso la “scena” cittadina, da parte mia è venuto meno perché non mi sento più parte del giro punk bolognese. I posti a cui eravamo legati erano Atlantide, XM24, il Lazzaretto, ma ora sono stati sgomberati (oh dio, il Lazzaretto no, ma è come se non ci fosse). Per rimanere quantomeno aggiornati rispetto all’elemento musicale ci possiamo affidare solo al Freak Out Club (all’interno del quale abbiamo uno stanzino con distro resident che chiamiamo affettuosamente “il negozietto”), il Tank e il Circolo DEV, ma sono locali con tessera, una cosa che negli anni 90 era l’equivalente di essere tesserati al PNF, mentre adesso sono una delle poche vie di fuga dall’afa perbenista che soffoca questa città.

A: Non ho mai fatto “militanza” qui a Bologna nonostante abbia sempre frequentato posti autogestiti. Credo che nella realtà in cui viviamo possiamo fare politica attiva ogni minuto anche se non apparteniamo a questo o quel movimento e di conseguenza sono legato a qualsiasi realtà sia propositiva e stimolante a prescindere dal fatto che sia un c.s. occupato, un circolo o un club.

Personalmente, avete altri progetti, musicali e non? Volete parlarcene?

K: Poca roba purtroppo. Io canto negli Horror Vacui e sto per mettere in piedi qualcosa che nasca dalle ceneri dei Kontatto. Vediamo cosa accadrà. Con tutto il tempo che mi porta via il mio lavoro vedo abbastanza difficile intraprendere nuovi progetti che non siano quelli musicali.

A: Attualmente suono con Koppa negli Horror Vacui, i synth in Nuovo Testamento e il basso in Spirito Di Lupo. Abbiamo anche un collettivo (Senti Il Richiamo) con cui organizziamo sporadicamente dei concerti anche se attualmente è un po’ in stand by.

Quali sono le etichette italiane con cui avete più contatti? E quelle estere?

K: Uh, italiane, boh, davvero poche. Scambiamo molti dischi con Radiation Records, ogni tanto con Ripping Storm e Shove, poi, sinceramente non mi viene in mente altro. All’estero è un’altra cosa. Distribuiamo le produzioni di Beat Generation e Discos Enfermos dalla Spagna, Ruin Nation, Bomb All, Rawmantic Disasters, Sabotage, Taken By Surprise, La Familia dalla Germania, Phobia e Insane Society dalla Rep. Ceca, Symphony Of Destruction e Destructure dalla Francia, Doomtown dalla Croazia, De:Nihil e Skrammel dalla Svezia, Tankcrimes, Sonarize, Profane Existence, Black Water e Puke N Vomit dagli U.S.A. e moltissime altre label che adesso non mi vengono in mente (chiedo scusa a tutti quelli che non ho menzionato).

Esiste un gruppo che vorreste produrre? Del presente e del passato.

K: Avrei tanto voluto far uscire qualcosa dei Wretched e ce l’ho fatta. Avrei tanto voluto far uscire qualcosa degli Hiatus, ma non ce l’ho fatta. Le cose che personalmente vorrei far uscire viaggiano su canali che sono difficilmente raggiungibili coi nostri mezzi, quindi le lasciamo dove sono. Quello che mi piacerebbe tornare a fare è produrre dischi a gruppi nuovi, attuali, freschi, italiani o stranieri che siano non fa differenza, ma vorrei sentire ancora quel brivido lungo la schiena che mi fa esclamare “cazzo, che figata, ora gli chiedo se vogliono fare un disco con noi”. Fortunatamente ogni tanto succede e infatti chi vivrà, vedrà.

A: Se dico Amebix è troppo scontato? Oppure Totalitär con annessa reunion.

Cosa significa mettere a disposizione furgone e backline? Da quando Agipunk si occupa anche di fornire questo servizio per gruppi stranieri e non? Quali sono i gruppi più famosi che avete accompagnato? Raccontateci qualche aneddoto curioso a riguardo.

K: Significa farsi uno sbattimento dietro l’altro per avere sempre dei furgoni presentabili da un punto di vista estetico e da uno meccanico perché rimanere a piedi in tour è una delle cose più brutte del mondo. Significa avere l’ansia che qualcuno faccia un incidente o che ti freghino tutto nella notte. Significa prendere il furgone e portarlo dal meccanico a 6 km da casa per poi tornare in bicicletta col sole a picco di Luglio o con la neve di Gennaio. Significa anche però guidare dei gruppi della madonna, fare amicizia, divertirsi, far girare la distro e tornare a casa felici. Noi abbiamo iniziato questo servizio nel settembre 2006 e siamo arrivati ad avere fino a quattro furgoni. Poi la pandemia ci ha liberati da questo strazio. Il gruppo più famoso che è salito sul mio furgone sono stati i Rainbow, poi i Damned, i Wire e, boh, il resto è gente che se la consideri famosa non gli fai un complimento. Ricordiamo però con gioia dei tour memorabili di Hellshock, Long Knife, Estranged, After The Bombs, Massgrave, Inepsy, Hellbastard, Necrot, Acephalix, Doom, Warcry ecc. Nonché cose più corte con gruppi come Antisect, Varukers, Partisans, Extinction Of Mankind, Wolfbrigade oltre che ai tour di Kontatto, Horror Vacui, Giuda e Campus Sterminii, ovviamente. Aneddoti curiosi ce ne sarebbero sette miliardi, come faccio?

L’intervista termina con il solito spazio che concediamo per potersi esprimere liberamente nei confronti dei nostri lettori. Avete un messaggio in particolare da voler lasciare?

K: Certo: non smettete di comprare dischi! Un disco dà più soddisfazioni del calcio, non fa incazzare come la politica e, trattato bene, non ti abbandona mai. Quindi buttate un occhio al sito www.agipunk.com e attenzione alle nuove uscite in programma per l’autunno perché nonostante siano gruppi nuovi alle prime esperienze discografiche, spaccano enormemente ed avranno bisogno del supporto di quanti più possibile per uscire dall’anonimato.

PUNK È UNIONE, NON COMPETIZIONE (cit.)

A: Prendete uno strumento qualsiasi e suonate, per dio.

Courtesy of Agipunk

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