Trevor Dunn’s Trio-Convulsant avec Folie à Quatre – Séances
Recensione del disco “Séances” (Pyroclastic Records, 2022) del Trevor Dunn’s Trio-Convulsant avec Folie à Quatre. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Trevor Dunn non è tipo da guardarsi indietro, sempre che questo non significhi riprendere in mano progetti che in realtà aleggiavano nell’aria e che ancora hanno qualcosa da dire. Nel 2004 usciva “Sister Phantom Owl Fish”, che per parecchi anni è sembrato essere la conclusione del cerchio del Trio-Convulsant, fino a quel momento forte di due distinte line-up, l’ultima delle quali la più forte composta da Mary Halvorson e Ches Smith, alieni incontrati per le strade di New York e in quel contesto di jazz anti-canonico cresciuti in forme artistiche sempre più contorte, come la Grande Mela vuole e sempre vorrà.
Tornano entrambi a prestare chitarra e batteria in forze al trio convulso su “Séances” che, a ben vedere, è l’album più zorniano che Dunn abbia imbastito da parecchi anni a questa parte, dato che l’ispirazione risiede in sette religiose francesi del XVIII secolo. John ha insegnato, Trevor ha messo in pratica. Tra tomi polverosi e litografie di varia natura l’idea che il trio necessitasse di un’aggiunta è venuta naturale, pertanto il bassista dei Mr. Bungle ha subito alzato il telefono richiamando a sé Carla Kihlstedt (e se state leggendo questa recensione di sicuro ricorderete gli Sleepytime Gorilla Museum, anche se è solo la punta dell’iceberg del suo corpus discografico), Oscar Noriega, Mariel Roberts e Anna Webber. Assieme formano la Folie à Quatre composta rispettivamente da violino/viola, clarinetto basso, violoncello e flauto.
Completato l’ensemble non è restato altro da fare che immaginare di essere immersi nei circoli religiosi più oscuri, dando vita ad un’allucinazione che, per quanto assurdo possa sembrare, taglia di netto col passato. Dunn torna a spingersi altrove senza smarcarsi dalle sensazioni assimilate in zona Tzadik e dà vita a qualcosa di alieno che, ascoltato con attenzione, pare una versione semi-acustica di una martellata metal dissonante spogliata dalle velleità del genere e scolpito a colpi duri da tempi inconcepibili che si aggrovigliano a chitarre dissonanti e impenetrabili.
L’aspetto cameristico del quartetto di legni e fiati si insinua man mano nella composizione per pareggiare l’idea melodica squadernata nella più misterica delle intenzioni, contrapponendo momenti elegiaci e strapiombi di penombra uggiosa cui il contrabbasso dunniano dona ulteriore dose di ansia e gelo tra incastri e fughe, schizzi tropicali e swing demoniaci a rotta di collo accompagnati da momenti struggenti innalzati sempre più in alto da viola e violoncello.
Inutile aggiungere che questa è materia per i soli amanti di quella stagione di jazz obliquo che fu e che purtroppo è sempre meno. A tutti gli altri è consigliato passare oltre (o scoprirla pur fuori tempo massimo).




