Massimo Zamboni – La Mia Patria Attuale
Recensione del disco “La mia patria attuale” (Musiche Metropolitane, 2022) di Massimo Zamboni. A cura di Maria Macchia.
Patria non è parola leggera. È ciò che abbiamo, che siamo, presenza immateriale che giustifica l’essenza profonda di un popolo. Perché, allora, è così difficile pronunciarla?
I dieci brani che costituiscono “La mia patria attuale”, l’ultimo album solista di Massimo Zamboni, sono altrettanti tentativi di rispondere a questo interrogativo e sono racchiusi in un involucro enigmatico, ma non ermetico. La copertina dell’album lascia infatti, al primo sguardo, l’osservatore perplesso, poiché l’immagine non rimanda a nulla di noto: essa raffigura un inusuale oggetto arrugginito di ferro ricurvo sospeso davanti a un muro metà rosa, metà bianco, dall’intonaco scrostato. Si tratta, in realtà, di un Noolurin Sam, un attrezzo utilizzato dagli allevatori mongoli per pettinare il mantello delle capre e ricavarne le preziose fibre di cachemire. Il cantautore emiliano, durante uno dei suoi viaggi in Mongolia, ha trovato questo strumento, probabilmente smarrito da un pastore nomade, e ha deciso di ritrarlo nell’artwork del disco. Il perché di questa inconsueta scelta è spiegato dallo stesso musicista nelle note esplicative del booklet: il contrasto tra la durezza, la ruvidità dell’oggetto metallico e la morbidezza del tessuto che tramite esso viene ricavato evoca le contraddizioni del nostro Paese e l’ottica con la quale rivolgerci ad esse.
L’album è stato registrato, come tanti altri dischi pubblicati in questi ultimi due anni, nel periodo della pandemia, in uno dei momenti più complessi e drammatici della nostra storia recente, quando l’attualità dell’essere cittadini di questo Paese si tingeva ancor più di sconforto, di sfiducia, di dubbio, tra proclami, propaganda, disinformazione, limitazioni della libertà e contrasti che si acuivano a dismisura. Così, per un musicista, che come ogni altro individuo si trovava a fronteggiare l’alienazione del lockdown, il senso di inquietudine, straniamento e di incertezza causato dall’emergenza sanitaria ma anche – condizione difficile da accettare per un artista – l’impossibilità momentanea di condividere davanti ad un pubblico le proprie composizioni, parlare della nostra patria attuale è stata una sfida non semplice da affrontare. La scrittura musicale e poetica lucida, diretta e al tempo stesso evocativa di Zamboni ha colto questa opportunità e ha realizzato una sequenza di tracce memorabili, in uno dei suoi lavori più riusciti, in cui i messaggi arrivano dritti al cuore.
L’Italia è circondata dal mare, “mare nostro e di tutti gli altri”, una distesa di acque che consola per la sua bellezza e che al tempo stesso opprime al pensiero delle voci urlanti di tutti coloro che in esse hanno perso la vita e la speranza in un viaggio senza futuro. E “chi non ha avuto casa ancora, casa non avrà, chi è rimasto a lungo solo, solo ancora resterà”: perché la “terra dei padri”, non è di tutti, non è per tutti, qualcuno esclude e non sempre accoglie, come recita Canto degli sciagurati, canzone che ricorda l’incedere incalzante di pezzi dei CSI anche nelle liriche (“questo è ciò che sembra, ciò che sembra non è”). In seno alla patria si consumano tragedie come quella rievocata da questo stesso brano, che descrive il dramma di coloro che, pur crivellati di colpi, hanno avuto il coraggio di affermare la propria identità, mentre “da ogni foro sgorga qualcosa chiamato memoria”. Di fronte a questa “aria sconsolata” che tira ovunque (come recita l’omonima traccia) è necessario avere più coraggio, piangere i propri morti, sentirsi uguali nei torti e nelle offese (Ora ancora). La fuga non è la soluzione, anche se potrebbe rappresentare una tentazione: bisogna restare e lottare per ciò in cui si crede, consolidare e riaffermare valori imprescindibili come la solidarietà, la democrazia, la difesa della memoria storica, la tutela della dignità di ciascuno. E questo nonostante la vita frenetica, senza pause e “la caduta tendenziale di ogni verità assodata” a cui allude Italia chi amò.
All’Italia abbandonata si può poi dedicare una ballata dal sapore gucciniano, in cui si vive alla giornata, si salva il salvabile, si tira a campare, ma solo apparentemente: resta infatti incrollabile la speranza che un domani “si aprirà un solco sui volti infelici/verrà quel tempo e ci sembrerà strano/di essere stati l’un l’altro nemici”. Perché la nostra “patria attuale” è piena di bellezza offesa, di cecità, è onesta solo per metà, ma “cambierà, già prima del mattino, svegliandosi”. Un’altra ancora di salvezza è poi rappresentata dal rapporto di coppia, luogo privilegiato di un sentimento che da Zamboni non viene quasi mai esplicitato, quasi per discrezione o per riserbo, come se la sfera privata dell’individuo dovesse essere tutelata da ciò che potrebbe contaminarla o sminuirla; ma proprio la dimensione a due può aprire nuovi varchi di luce e di apertura verso un’esistenza più confortevole. Nove ore, che allude a queste dinamiche,è la nuova versione di un brano già pubblicato anni fa in duetto con Angela Baraldi, che in origine aveva un piglio più rock e che ora si riveste di sonorità più distese. Si tratta di una canzone intimista e insieme rivolta verso l’esterno; in essa il legame affettivo è baluardo alla putredine che scava dentro l’anima, a tutto ciò che non funziona al di fuori di noi, ed offre consolazione, restituisce senso al quotidiano, coraggio e voglia di vivere: “sento che non mi manca nulla e vorrei divorare il mondo/per la gioia faticosa che mi dà”.
Una volta riconquistata la fiducia nella vita può accadere che una parola quasi desueta, “compagni”, possa tornare ad essere pronunciata fermamente, collettivamente, sebbene i punti di riferimento di un tempo sembrino essere venuti meno, mentre ciò di cui è bene avere paura (croci uncinate, spade sguainate, sepolcri imbiancati) purtroppo rimane. E se pure il nemicoè penetrato nelle nostre città, la speranza resta. Esiste infatti un “modo emiliano di portare il pianto” che consente di cantare anche nel buio, senza provare dolore. Persiste, dunque, l’ideale che la nostra patria attuale si possa salvare dallo sfacelo. Perché la patria siamo noi: l’Italia, come suggerisce lo stesso Zamboni nelle note di copertina, è fatta di singoli individui, ma anche di associazioni che si adoperano per preservare la dimensione collettiva dell’essere, la solidarietà, la condivisione di valori e di bellezza. E dunque non c’è spazio per lamentarsi: si prende atto dei limiti del “Paese reale” per andare avanti, per costruire, poiché dopo la disillusione deve venire necessariamente l’impegno.
Il punto di vista privilegiato di un artista come Zamboni coglie tanto i segnali sconfortanti che l’esistente emana che i semi della ripresa, ed infonde nell’ascoltatore consapevolezza e fiducia nel fatto che l’attualità, nella sua complessità, sia un’opportunità per realizzare la grandezza e la dignità dell’essere umano.




