RA Washington / Jah Nada – In Search Of Our Father’s Gardens
Recensione del disco “In Search Of Our Father’s Gardens” (Astral Spirits, 2022) di RA Washington e Jah Nada. A cura di Giovanni Davoli.
Strutturare e de-strutturare, potrebbe essere il motto adottato da RA Washington & Jah Nada mentre lavoravano a questo disco. Il blues, con quelle diaboliche dodici battute di sempre; poi, il free jazz, cioè la libertà di partirsene per la tangente; e l’avanguardia, intesa come libertà e ricerca, sì, ma all’interno di una struttura. Tutte queste cose, messe insieme e mischiate nel frullatore, creano 1 ora 20 minuti abbondanti di musica nuova. Che poi devono essersi accorti che tutto ciò poteva essere sovrapposto e sarà nata allora l’idea del “lato E”: ossia, il lato B e il lato C suonati all’unisono. Lo trovate come brano bonus in digitale. Oppure, se comprate il doppio vinile, tutto quello che dovete fare è comprarvi anche un secondo giradischi e far cascare la puntina esattamente nello stesso nano-secondo sui due suddetti lati e potrete godere del “lato E” in analogico. Il risultato è straniante, soprattutto a parlarne, ma ci arriverete preparati dagli 80 minuti precedenti e rimarrete convinti.
Questo disco è un crescendo, seguito poi da un “calando”. Inizia lento e oscuro con Call For A Prayer; prosegue con il mantra di Hands cantato a mezza bocca da RA Washington, con Theresa May che ci ricama sopra.Approda quindi al delicato blues-soul, intensamente e rispettosamente eseguito, di Keter. Qui, la voce femminile prende il controllo ed è emozionante in una prestazione che è di per se un crescendo: l’ascoltiamo all’inizio schiarirsi la voce e poi, gradualmente, darsi tutta alla canzone. Ed ecco la struttura. A seguire, Planting Seeds viaggia allora placidamente, de-strutturando il blues, facendolo canzone e performance vocale d’eccezione. Pian piano allargandosi e iniziando a creare spazi ampi. Ugualmente ipnotici, tranquillizzanti. Un po’ prog, un pò trip-hop, manco fossero gli Archive.
Dopo questa traccia, il disco è tutta una de-strutturazione. Una mezz’oretta abbondante di musica, certamente meno immediata da digerire, cominciando con When The Angels Sing. La traccia prosegue il discorso atmosferico della precedente, trasformandolo in jazz futuristico alla Sun Ra (ovvio nume tutelare di tutto il progetto) e accompagnandolo da un canto che non è certo quello degli angeli, ma pare piuttosto salire dai bassifondi di Cleveland, città di provenienza di questa musica. Ancora più sotterranee le voci in My Father, The Butcher, traccia basata su droni e synth, che ricorda la “kosmische music” tedesca dei ’70. Musica visionaria. Nel senso che hai delle visioni mentre l’ascolti. E l’ultima traccia, Bobby Lynn, fa un passaggio tra sax e percussioni in zona Coltrane e, ovviamente, Pharoah Sanders. Per poi sfumare in un quartetto (sax, voce, basso, piano) che pian piano si impone in una lunga coda che di nuovo, riporta timidamente a una struttura. Tutte esperienze che, come dicevo, potete alla fine rivivere, miscelate, su SIDE E – aka SIDE B & SIDE C played together: la traccia 3 sovrapposta alla 6, seguita dalla 5 sovrapposta alla 7.
Un ascolto impegnativo “In Search Of Our Father’s Gardens“. Un disco che ti attira con il blues e il soul, con la canzone e che poi ti ammalia con atmosfere free e visioni d’avanguardia. Tutto si tiene tra questi solchi, in un filo che porta con sé oltre un secolo di musica black e non solo: afro-futurismo pienamente consapevole.




