Winter Dust – Unisono
Recensione del disco “Unisono” (Voice Of The Unheard / Time As A Color / Dingleberry Records / Shove Records, 2023) dei Winter Dust. A cura di Elena Corrado.
Dicono che non si debba mai giudicare un libro dalla copertina. Ma la copertina è pur sempre parte dell’opera. E nel caso di “Unisono” dei Winter Dust, fresco di pubblicazione, ammetto che il verde dell’immagine di copertina mi aveva illusa e conferito un senso di tranquillità, pace con me stessa e con il mondo. Sembra quasi di trovarsi al Musée de l’Orangerie di fronte alle “Ninfee” di Monet.
La sensazione idilliaca di rilassarsi trovandosi davanti ad un album di stampo molto strumentale continua anche con le prime note di Le decisioni degli altri. Ma appunto mai fidarsi della copertina, perché nel giro di pochi secondi si capisce che i Winter Dust sono tornati più cazzuti che mai, da un lato strizzando l’occhiolino ai suoni post-hardcore delle origini, dall’altro svoltando per la prima volta verso l’uso di testi in italiano.
Sappiamo che i cinque anni passati dall’ultimo loro album “Sense by Erosion” (2018), con il fatidico virus che ci ha sconvolto le vite, hanno messo a dura prova tutta la scena indipendente italiana e non solo. Ma come dice De André, “dai diamanti non nasce niente”. E i Winter Dust ne sono la prova tangibile e con “Unisono” ci regalano un vero e proprio gioiellino.
Qualcosa è cambiato rispetto ai loro lavori precedenti. Qui si percepisce un’urgenza espressiva che si traduce in suoni più compatti e decisi oltre che nella scelta, non a caso, della lingua madre, l’italiano, più adatta ad esprimere quello che in questi mesi e in questi anni passati da soli nella nostra casa, o appunto nella nostra Stanza, abbiamo provato e che pochi riescono poi a descrivere in modo così diretto e vero: le paranoie che inevitabilmente nascono dalla perdita di contatto con le persone, il mondo esterno visto solo attraverso la finestra o i ricordi belli e nostalgici del passato che aleggiano come spettro sulla nostra quotidianità, il rapporto stravolto con lo spazio e con il tempo. Il tutto contornato dalla collaborazione con il duo Six Impossible Things, che fa capolino in due brani (Due Novembre, Buio Presto).
Ma in tutto questo, alla fine si giunge in qualche modo ad un insieme unisono dell’essere, in cui tutto converge e trova sintonia. E questo vale più che mai per i Winter Dust stessi, che pur cambiando conservano la loro identità, un vero e proprio marchio di fabbrica.
Non ci resta che confidare nel verde della copertina per vederli presto dal vivo sui nostri palchi.




