Godsmack – Lighting Up The Sky

Recensione del disco “Lighting Up The Sky” (BMG, 2023) dei Godsmack. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

L’ondata nu-metal e quella post-grunge che investirono il mondo della musica nella seconda metà degli anni ’90 per poi riversarsi nei primi cinque o sei dei Zero viaggiavano così tanto vicine che finirono per unirsi in un’unica onda anomala fatta di copie carbone, copie carbone un po’ più interessanti e cose veramente valide e belle che si sono smarcate dalle due etichette di cui sopra alla stessa velocità con cui Ronaldo si fumava le difese di tutto il mondo nel 1998, con grande disappunto di chi invece non ci è mai riuscito, per svogliatezza, furbizia, sindrome di Peter Pan o, più semplicemente, causa manifesta inferiorità.

Quando parliamo dei Godsmack parliamo, per l’appunto, di un gruppo che non è stato in grado di mantenere vive e attive le proprie qualità prese in prestito dai propri numi tutelari (d’altronde viene difficile quando mutui il nome da un brano degli Alice In Chains), che pure han fatto la fortuna di almeno tre album godibili se non proprio tosti. Se non mi concedete neppure questo, di fatto “Godsmack”, “Awake” e “Faceless” sono finiti pluri-platinati in tempi in cui ottenere questo premio non voleva dire vendere una manciata di dischi/collezionare un tot di riproduzioni su questo o quel servizio streaming che equivale più o meno a regalare un pacchetto di patatine con su impressa la foto del gruppo. Di anni però dal terzo capitolo in questione ne sono passati letteralmente venti e nel mentre di album ne sono usciti pure parecchi, più di quanti fosse obbligatorio pubblicare, purché sia da ritenersi necessario entrare in studio, spendere soldi e poi farli spendere ai propri fan, sempre ammesso che qualcuno ancora lo faccia oppure si limiti a far partire il disco su Spotify (rumore di pacchetto di patatine che viene scartato).

Così, diversi lustri dopo il meritato (leggasi certificato) successo Sully Erna e compagni pensano bene di dare continuità all’errore di incidere dischi post-2003 tutti con i medesimi crismi del pre-2003, suoni copiaeincolla e ispirazione ormai salpata inesorabilmente per chissà quali lidi. A parer loro il trucco per richiamarla a riva è portare nella stanza della lanterna del faro il produttore Mudrock, colui che ne forgiò il sound di cui sopra, con la, se non proprio balzana, sicuramente assurda idea che questo sia sufficiente a resuscitare quel che fu. Il risultato è una fiacca infornata di brani intercambiabili, alcuni tenuti assieme dal groove pur sempre massiccio di Shannon Larkin, altri decisamente meno, con un Erna ben poco ispirato e più derivativo che mai. Riff che non cambiano mai, assoli di cui si potrebbe fare francamente a meno (per non parlare delle ballad la cui utilità è solo quella di produrre il proverbiale latte alle ginocchia), assenza di singoli di spicco come potevano esserlo le portentose Sick Of Life, I Stand Alone o Keep Away, potenza completamente svanita e finita giù nello scarico in favore di esercizi di stile assolutamente futili. Insomma, roba che non è più buona nemmeno per introdurre il personaggio di Smack Down (o quel che è, praticamente non seguivo il wrestling da adolescente, figurarsi alla soglia dei quaranta) pompato di turno.

Per fortuna pare che la band sia venuta a patti con la propria esistenza e l’ottavo sarà anche l’ultimo album in carriera. Se così fosse potremmo dunque tirare un sospiro di sollievo lungo un sogno. C’è solo un problema: pare stiano per rientrare in scena pure gli Staind e lì la faccenda si complica, perché faremmo a meno non solo del gruppo al completo in sé ma anche e soprattutto delle idee demenziali espettorate dal suo frontman.

Post Simili