HYPNO5E – Sheol
Recensione del disco “Sheol” (Pelagic Records, 2023) degli HYPNO5E. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Gli HYPNO5E si spingono fin nello Sheol per dare continuità al ciclo iniziato con “A Distant (Dark) Source”. Nell’Antico Testamento lo Sheol è tante cose: il punto più distante dal cielo, il posto in cui le anime restano in silenzio e continuano ciò che facevano in vita, in cui certe volte i vivi venivano gettati assieme ai morti, locus in cui le anime non hanno classe e rango sociale, polvere arrivano e polvere tornano ad essere, che Giobbe definiva “terra delle tenebre e dell’ombra di morte”.
La band francese si gioca tutte le carte possibili dando vita ad un’epopea vera e propria, concettuale, pesante, difficile da codificare e indivisibile. Dove l’ombra di morte è descritta si crea un turbine che genera architetture cesellate con precisione spaventosa. L’idea “progressiva” della band è quella di unificare sotto l’ombrello del proprio suono in crescendo tutta una serie di realtà a sé stanti che si affiancano le une alle altre per creare un’unica struttura.
Generi che si fondono in entità ingombranti, prepotenti spinte elettriche che colpiscono lo stomaco finiscono per convivere con orpelli math-frippiani e suite classiche sorrette da possenti sezioni di archi ed elettronica strisciante. Più si spingono nella violenza delle chitarre più poi si lanciano in picchiata in parti delicate per poi tornare a ferire con la ferma intenzione di far male. La prova vocale di Emmanuel Jessua è l’apice, capace di cullare e aggredire, imbruttirsi fino a trascendere in forme diaboliche e un attimo dopo vestire i panni dell’esatto opposto. I sample vocali dei poemi di Cocteau, Sexton e Vallejo aprono un’ulteriore porta in questo castello sonoro impossibile da sezionare, un altro strato a sovrapporsi ai mille altri. Non bastano le ballate scintillanti a togliere carico a questo mare trascendente in cui si manifesta tutta lo scibile della materia prog. Il punto di forza è rendere poetica l’aritmetica di un genere spesso fine a se stesso, e per questo “Sheol” fa la differenza confrontato a tanti colleghi. Questo e le dinamiche gestite con cura e maestria.
Non di meno è inestricabile opera d’ingegno in musica, difficile, da ingurgitare a pieno regime e soltanto in una seduta unica, come già dicevo, indivisibile. Richiede impegno e concentrazione per coglierne la bellezza generale, cosa che oggi viene fatta sempre meno.




