Deerhoof – Miracle-Level

Recensione del disco “Miracle-Level” (Joyful Noise Recordings, 2023) dei Deerhoof. A cura di Paolo Esposito.

Da che sono al mondo, i Deerhoof rappresentano una delle realtà musicali più inafferrabili del pianeta. Fanno dodici generi diversi e nessuno di essi. Non sono catalogabili, non sono etichettabili, ascoltare un loro disco – uno a caso – è un’esperienza che scatena sempre estrema curiosità. Per il loro 19simo album, “Miracle-Level”, bisogna tuttavia fare un discorso diverso dal solito. Innanzitutto è da sottolineare il cambio di “politica aziendale” in fase di produzione: loro che curavano in proprio ogni aspetto, stavolta si affidano a Mike Bradavski e per la prima volta nella loro storia registrano tutto l’album in uno studio.

Mai banali nei contenuti, solo apparentemente divertiti e divertenti, con “Miracle-Level” Saunier e soci riavvolgono il nastro fino agli albori della terra, quando umani e animali vivevano in armonia e gli elementi naturali suggerivano le soluzioni ai problemi. Ad un certo punto è stato condotto un esperimento da parte di alcuni uomini, i quali hanno fatto credere agli altri che il mondo fosse un apparato meccanico, senza sentimenti, e che il vero scopo del suo eterno movimento fosse estrarre profitto.

La storia si dipana come un vero concept album, che inizia come la più classica delle favole con Sit down, Let Me Tell You A Story, un ‘dove eravamo rimasti’ che condensa tutto il campionario-Deerhoof. Non c’è respiro già dalle prime note, così My Lovely Cat! è un immediato seguito sotto forma di sgangherato e melodico post punk: piatti e riff vanno all’impazzata, nulla ha più senso e siamo solo alla traccia numero due. Non è da meno Everybody, Marvel, una power-ballad cantata con voce eterea e in linea di galleggiamento, quasi a sciogliersi nel costante incedere di chitarra e batteria. A proposito di registri vocali, And The Moon Laughs stupisce per il contrasto tra la potenza strumentale e i sussurri di Satomi.

La saudade made in Japan (ammesso che esista) prende il sopravvento in The Poignant Melody e nella title track, il momento più rilassato dell’album caratterizzato da riff orientaleggianti e a cui fa eco The Little Maker, che lambisce territori jazz. Non stupisca la spinta verso sonorità giapponesi: l’intero disco è in lingua nipponica, un omaggio che Satomi offre alla sua terra, ma anche la naturale conseguenza della direzione stilistica che hanno preso le registrazioni.

Il preludio alla chiusura è oltremodo potente e meravigliosamente caotico: Phase-out All Remaining Non-Miracles by 2028 e Momentary Art Of Soul! finiscono il disco così com’era iniziato, togliendo il fiato ad ogni variazione di tempo e scala. L’arrivederci lo da Wedding, March, Flower, una dolce nenia. Il messaggio di fondo è lapidario e inequivocabile: Miracles Wanted! D’altronde, tutto è un miracolo, tranne la guerra e la benzina. Siamo ospiti di questo pianeta, la cosa migliore da fare è comportarsi come i parassiti intelligenti, evitando quindi di ammazzare la creatura che vive sotto di noi e ci accoglie. È necessario eliminare gradualmente tutti i non-miracoli, ma la buona notizia è che non ce ne sono molti. 

Dire che il quartetto di San Francisco stupisce ancora in quanto a prolificità e varietà sarebbe pleonastico. E allora una volta tanto ci va di dire il contrario: i Deerhoof non stupiscono più. La loro intransigenza è diventata regola, esistono poche band al mondo in grado di coniugare una produzione così corposa e al tempo stesso di alto livello. Non c’è un passaggio a vuoto nella loro sempre più corposa discografia e il bello è che col tempo non si adagiano, bensì aggiungono un pezzo prezioso ogni volta. 

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