Model/Actriz – Dogsbody

Recensione del disco “Dogsbody” (True Panther Sounds, 2023) dei Model/Actriz. A cura di Nicola Stufano.

Attivi dal 2016 con diversi EP, i Model/Actriz si presentano con uno dei più interessanti esordi sulla lunga distanza di quest’annata. Sin dai primi singoli rilasciati, il quartetto di Boston trapiantato a New York ha rivelato un accattivante crocevia tra noise rock e post-punk, dalla carica sufficiente a far muovere i culi. A lanciarli è la True Panther Sounds (King Krule, Celeste, Slowthai, Unknown Mortal Orchestra), che ha prodotto “Dogsbody“, una feroce mitragliata di 10 pezzi in nemmeno 40 minuti.

Sin da Donkey Show lo stile del quartetto emerge in modo chiaro: ritmi secchi sui tom e rumori in loop suggeriscono ansia da prestazione, aggressività, nichilismo già nella musica, mentre i testi ricalcano tutto questo con un forte accento sulla sessualità affrontata nel modo più torbido possibile, senza rinunciare a un po’ di cinica ironia (Mosquito). Il terzo pezzo, il singolo principale Crossing Guard, inquadra al meglio la summa di quanto i Model/Actriz cercano di proporre, integrando agli elementi prima descritti una bella cassa dritta che renda il tutto magicamente orecchiabile, mentre la voce di Cole Harden (che raramente canta, per lo più declama…o geme) evoca Caronte (il guardiano citato nel titolo) e poi Lady Gaga (“Germanotta, Stefani pull the weight all over me“). Lo stacco che poi porta su Slate, pezzo sessualmente ancor più esplicito di Mosquito, è di quelli assassini, da riproporre in ogni live. 

Dopo 4 pezzi tiratissimi, fermiamoci un attimo a riflettere. Ad un ascolto superficiale, si direbbe musica per lo più fatta al computer o coi synth: niente di più sbagliato, è una classica combinazione chitarra-basso-batteria e nei credits non c’è alcuna traccia di uso delle tastiere. Sono il chitarrista Jack Wetmore ed il bassista Aaron Shapiro a fare un lavoro enorme sulla varietà sonora e sulla loop station. Ruben Radlauer alle pelli ha invece tre modi di suonare: marziale, cassa dritta, oppure muto. Ed è prezioso in tutti e tre i casi: quant’è bravo un batterista quando sa far valere i suoi silenzi, come su Divers, primo pezzo cheto, anche se ancora estremamente oscuro. 

È solo una pausa per il secondo atto: su Amaranth e Pure Mode si riprende a spingere su ritmi altalenanti e suoni acutissimi delle chitarre. Altra caratteristica ricorrente sono i finali che traboccano di suoni sinistri (Maria) e casino più o meno organizzato (Sleepless). È un sound che deve più all’industrial che al noise, evidenti sono gli omaggi ai maestri del genere americani ed europei, vale a dire Nine Inch Nails ed Einstürzende Neubauten. La ballad finale Sun In ha poco a che spartire con le sonorità del resto del disco, Cole Harden finalmente canta e va pure in falsetto, ma è perfettamente inserita nel suo mood, come un film pieno di morti ammazzati nel quale i protagonisti sopravvissuti si ritrovano al bar la mattina a contarsi le ferite e a chiedersi che ne sarà del loro futuro. 

I Model/Actriz si incuneano in un filone cross tra più generi che prende le mosse dai Liars di “Drum’s Not Dead” e dai Death Grips di “No Love Deep Web” e trova sponde in artisti come Idles o Viagra Boys, i quali hanno messo al centro della loro musica una comunicazione diretta, feroce e brutale (pure sui social, dove i Model/Actriz scrivono rigorosamente in capslock). Una sorta di neo-Fauvismo dove al posto dell’acida tavolozza di Matisse abbiamo un sound distruttivo e atonale che non può lasciare indifferenti. Hanno una grande predisposizione sui live, sia scenica che musicale, presto saranno in tour in Europa (non in Italia, come al solito) e sapranno farsi riconoscere.

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