Lana Del Rey – Did You Know That There’s a Tunnel Under Ocean Blvd
Recensione del disco “Did You Know That There’s A Tunnel Under Ocean Blvd” (Interscope/Polydor, 2023) di Lana Del Rey. A cura di Angela Denise Laudato.
La cantautrice americana Lana Del Rey, al secolo Elizabeth Woolridge Grant, torna con un nuovo album in studio, dal lungo titolo “Did You Know That There’s A Tunnel Under Ocean Blvd”. Iniziamo col dire che l’album, preceduto dall’uscita di ben tre singoli, presenta la produzione di Del Rey, Mike Hermosa (ex-fidanzato della Del Rey), Jack Antonoff, Drew Erickson, Zach Dawes e Benji e include collaborazioni con Jon Batiste, Bleachers, Father John Misty, Tommy Genesis, SYML e Riopy.
“Did You Know That There’s A Tunnel Under Ocean Blvd” si compone di 16 tracce, 14 canzoni e due intermezzi. L’artwork dell’album è uno scatto dal sapore vintage che ritrae Lana, firmato da Neil Krug (lo scatto pare essere stato scelto tra ben 65 immagini diverse!). A primo ascolto il nono album della cantautrice statunitense suona pesante, disarmante e terribilmente sincero. Vanta una seducente e disinvolta libertà estetica nei suoni così come nei testi. A differenza degli sfavillanti lavori precedenti, la sua musica appare adesso più silenziosa, quasi insulare e volutamente imperscrutabile. L’eterna tematica della ricerca senza fine di una storia d’amore trascendente e perfetta è ancora presente, ma in modo molto più introspettivo. Lana parla di sé stessa, degli amici, della sua famiglia e persino di Dio (in uno dei due intermezzi compare il famoso pastore Judah Smith che tiene un sermone in chiesa di ben 4 minuti sulla concezione di Dio come artista). E l’ispirazione sembra arrivarle da qualsiasi tipo di amore: nell’adorazione del figlio di suo sorella Caroline, nel sentire Dio vicino a lei, nella comunione con gli altri artisti presenti nel disco. I fan devoti della Del Rey avranno modi di innamorarsi perdutamente di “Did You Know That There’s A Tunnel Under Ocean Blvd” e delle sue sonorità sfumate e interrogative. Un pop mainstream, che però non risulta né apatico né facilmente digeribile, ma (anzi!) diventa concettuale, esplorativo, sfaccettato.
Il disco si apre con The Grants in un glorioso passaggio armonico sulle voci gospel di Melodye Perry, Pattie Howard e Shikena Jones, che sembrano introdurci in un film in bianco e nero, con sullo sfondo palme che ondeggiano nel vento: “And I’m gonna take minе of you with me / I’m gonna take mine of you with mе”, riprende Lana nel ritornello. Per i primi 20 minuti, ci accompagnano una serie di struggenti brani orchestrali che consentono alla Del Rey di divertirsi con toni vintage mentre mostra le sua abilità di paroliere. Nella title track dell’album canta col suo accento hollywoodiano: “Fuck me to death, love me until I love myself / There’s a tunnel under Ocean Boulevard / Don’t forget me / There’s a tunnel under Ocean Boulevard”. In Sweet, invece, non risparmia velati commenti: “I’m a different kind of woman / If you want some basic bitch, go to the Beverly Center and find”. A&W si presenta come un vivido ritratto di una relazione, racchiuso in sette minuti incredibilmente tesi: “Do you really think I give a damn what I do / After years of just hearing them talking?”. Poi arriva Judah Smith Interlude e tutto cambia. Si viene presi a pugni in faccia da Candy Necklace e dal suo contagioso glitch-pop di strada, che a sua volta lascia il posto alla sperimentale Jon Batiste Interlude, traccia di solo piano, costruita su suoni tratti da uno spettacolo teatrale di Broadway. Appena udibili all’interno della traccia i commenti e le critiche dei membri del pubblico. Il brano mette in evidenza la tematica cara alla Del Rey del rapporto, spesso soffocante e tossico, tra artista e critica.
I successivi Kintsugi, Fingertips e Paris, Texas, sono tra i brani più intimi del disco. Fingertips è una poesia fluida e ambigua, impostata su pianoforte e timidi archi. All’interno del brano Lana evoca molteplici fotogrammi della sua storia familiare, alcuni angoscianti e altri straordinariamente quotidiani. Sembra di sfogliare i suoi diari grazie alla disarmante sincerità che pervade il testo: “Charlie, stop smoking / Caroline, will you be with me? / Will the baby be alright? / Will I have one of mine? / Can I handle it even if I do? / It’s said that my mind / Is not fit, or so they said, to carry a child / I guess I’ll be fine”. In Let the Light In troviamo la terza collaborazione con Father John Misty ad accompagnare il consueto tema di una relazione tossica senza via d’uscita (traccia struggente, ma a mio parere soporifera). A seguire la toccante ballad Margaret, insieme a Jack Antonoff dei Bleachers. Poesia gioiosa scritta per la fidanzata di Antonoff, l’attrice Margaret Qualley: “So if you don’t know / Don’t give up / ‘Cause you never know what the new day might bring”, canta Lana su un valzer di pianoforte, “Maybe tomorrow you’ll know”.
L’ultimo trittico del disco inizia con Fishtail, austera folk ballad dal metallico intro trap, in cui Lana sussurra la sua mite autodifesa: “Not that smart, but I’ve got things to say”. Peppers, invece,è un brano solare e vivace. Prende il suo ritornello campionato da una canzone del “rapper fetish” canadese Tommy Genesis, inizia come una traccia rap impettita e losca, col borbottio disinvolto cantato dalla Del Rey: “Me and my boyfriend listen to the Chill Peppers / We write hit songs without trying like all the time, all the time / I take off all my clothes, dance naked for the neighbors / I’m like, “Fuck it, gonna give a show”, I open up the blinds”. Poi tutto cambia, per trasformarsi in una vivace canzone psych-rock. Quando Lana canta: “I’m in love, I’m in love” sembra aver cristallizzato nel suono stesso della sua voce l’esatta sensazione che ispirano tali parole. La traccia di chiusura, nebulosa e vaporosa, Taco Truck x VB, come dichiarato dalla stessa Del Rey, è “la versione sporca, pesante, originale e inedita di Norman Fucking Rockwell ‘Venice Bitch’”, campionata apertamente, al fine di creare una distorsione temporale psichedelica e inaspettata. Il suono è familiare, riflette le luci degli anni ’80, strizzando l’occhio allo stile trap (con cui flirta per tutta la durata del disco!).
“Did You Know That There’s A Tunnel Under Ocean Blvd” è uno tra i dischi più lunghi ed emotivamente grezzi di Lana Del Rey. La maggior parte delle tracce guarda al passato della cantante statunitense; i suoni sono remixati, mescolati, rielaborati in strutture pop tendenti a melodie intricate e labirintiche. Benché a tratti dia la sensazione di un qualcosa di “riscaldato”, manca quella sfavillante irrisolutezza degli esordi. E questo, è un vero peccato.




