The Tallest Man On Earth – Henry St.
Recensione del disco “Henry St.” (Anti-, 2023) di The Tallest Man On Earth. A cura di Paolo Esposito.
Ci sono artisti la cui vita musicale ruota intorno ai concerti. Non semplici esibizioni o un modo come un altro per fare promozione, per loro i live sono fonte di ispirazione, ed anzi alcuni scrivono in funzione del pubblico che credono (o sperano) di trovare in giro per il mondo. Uno di questi è sicuramente Kristian Mattson, che con il moniker The Tallest Man On Earth ha compiuto il primo grande viaggio dalla natìa Svezia agli Stati Uniti, portando un contributo così significativo al folk da essere addirittura paragonato a un giovane Bob Dylan per stile compositivo e presenza scenica. Durante i concerti Kristian dice di ricevere energia per scrivere nuove canzoni, un meccanismo virtuoso che, come per tutti, si è interrotto nel 2020.
Durante il lockdown ha iniziato a fare livestream sui social, lavoro poi raccolto nell’album di cover “Too Late For Edelweiss”, ma un’esperienza così totalizzante non poteva che minare le sue certezze, oltre al suo umore. E’ tornato quindi a Leksand, ha iniziato a coltivare l’orto e a immaginare come sarebbe stato il dopo. Uno dopo l’altro sono così venuti fuori i pezzi di “Henry St.”, la sua settima prova sulla lunga distanza, che inizia con il delicato arpeggio di chitarra di Bless You, dal cantato dolce e scioglievole. L’energica Looking For Love fa da apripista a un abbrivio più ritmato, di cui fa parte anche il mezzo swing di Every Little Heart.
Una specie di loop che riporta alla prima traccia propone Slowly Rivers Turn, nella quale peraltro compare un sensuale sax. E a proposito di strumenti (più o meno) inediti nel repertorio di Mattson, ecco comparire un ukulele, che si interseca meravigliosamente con la sua chitarra in Major League. A metà del disco arriva la title track, un pezzo musicalmente molto ispirato e nel quale “stranamente” troneggia sommessamente un pianoforte che sorregge i sussurri di Kristian. La ripresa è un potente déjà vu, che stavolta vira deciso verso il funky di In Your Garden Still, ma è un attimo: la languida acustica guida di nuovo attraverso il sentiero slow-folk in Goodbye (Goodbye Lonesome). Con grande sorpresa c’è spazio anche per il nostro belpaese, cantato nella spensierata Italy, che introduce la doppietta finale composta dalla pienezza sonora – in controtendenza rispetto al minimalismo che caratterizza per larghi tratti il disco – di New Religion e dalla malinconia di Foothills.
Sul piano prettamente musicale, a parte la decontestualizzazione dei nuovi strumenti, “Henry St.” non si discosta molto dai precedenti lavori, la vera novità sta nella composizione dei testi. Come tutti i lavori venuti fuori nella fase acuta della pandemia, il disco affronta il tema dell’isolamento, aspetto inedito per un artista che dedica la sua vita ai concerti. Condurre l’esistenza lontano da tutto e tutti, insieme al ritorno in patria, ha generato nella testa di Kristian tutta una serie di riflessioni acute e brillanti – ancorché cupe e tristi – sulle diverse implicazioni della solitudine, da quella vissuta per scelta a quella subita per forza, in qualche modo irreversibile. Il salto di qualità Mattson lo fa liberando i suoi testi dalle metafore e dai tanti arzigogoli utilizzati nei precedenti lavori, assumendo quindi uno stile narrativo più didascalico ma leggero, quasi di cronaca.
Diciamocelo chiaramente: The Tallest Man On Earth non stanca mai. Il suo disco è sempre lì, sul nostro scaffale, pronto a scaldarci il cuore quando ne abbiamo bisogno, a distrarci quando ci sentiamo stressati, o semplicemente a tenerci compagnia, come un amico fidato. Kristian Mattson è uno di noi, e anche stavolta non ha perso occasione per dimostrarlo.




