Protomartyr – Formal Growth In The Desert

Recensione del disco “Formal Growth In The Desert” (Domino, 2023) dei Protomartyr. A cura di Luca Gori.

Preliminare al primo ascolto degli statunitensi Protomaryr dovrebbe essere consigliata una ricerca Google sul loro frontman Joe Casey, profilo molto basso e uno sguardo che si appunta dalle parti più oscure dell’osservatore. Il tutto condito da una postura da antidivo ostentata con violenza.

Con il nuovo lavoro “Formal Growth In The Desert” più che mai questo piglio si fa strumento creativo. Questa volta non si tratta, come ha spiegato lo stesso Casey, solo di una attitudine ma di una vera e propria forma espositiva, il deserto come manifestazione dei “deserti emotivi, o di un luogo, o di un tempo che sembrano non avere vita”. Casey si riferisce alla tragedia che lo ha colpito, la morte della madre affetta da Alzheimer. Eppure la metafora del deserto ha come bersaglio qualcosa qualcosa di più complesso del dolore del lutto, qualcosa che ha a che fare con l’attraversamento che rende possibili le emozioni più che una in particolare.

Non mi sto lasciando trascinare dalla penna e basta ascoltare i tre minuti molto scarsi di Fun In Hi School per comprendere come sia un ripiegamento rabbioso a rendere possibile il presente: “Remembеr remember rеmember the way it used to be, oh/The nights are getting rougher, tougher/Gotta keep the mummy entertained“. Il tutto condito dalle raffiche elettriche di una melodia tagliente, come usa in casa del chitarrista Greg Ahee, e dall’incedere apocalittico delle ritmiche di Alex Leonard. Solo due tra i brani che sostengono il lavoro dei Protomatyr supera i tre minuti e solo uno i quattro, a riprova che ogni composizione rappresenta un compiuto bozzetto esistenziale, più o meno straziante (Let’s Tip The Creator), a volte divertente (The Author). Let’s Tip The Creator – in particolare – è una mostra degli orrori nella quale la speranza è rabbia e la rabbia è ironia. I sobborghi di Detroit sgocciolano in realtà da tutto il lavoro nel quale, più di altre volte, Casey propone l’intimità come canale espressivo.

Dal punto di vista della composizione, il disco risente indubbiamente della vena solitaria e cupa di Greg Ahee che racconta di aver composto quasi l’intero disco in casa con l’idea di dare vita a uno speciale cortometraggio che potesse retroagire sull’esecutore amplificandone le emozioni. Il tentativo è piuttosto evidente soprattutto nella scrittura, spesso in minore, e nei momenti più cupi, un esempio per tutti l’iniziale Make Way, capaci di trarre il massimo dal recitativo di Casey e dalle esplosioni sonore così tipiche del post-punk dei primi anni novanta. A quell’epoca risalgono anche, all’epoca si chiamava Pulp, la critica cinica al capitalismo tecnologico e il ribellismo un po’ vano in salsa cinica. E proprio come allora la sensazione, nelle parole di Trevor Naud, il regista del video di Make Way che accompagna l’uscita del disco: «non sappiamo cosa è successo là fuori nel mondo, ma c’è la sensazione che qualcosa non vada per il verso giusto».

In sostanza un disco che rivisita la memoria sotto una plumbea luce che mescola disperazione, scatti in avanti e blocchi malinconici il tutto in una salsa eclettica e impressionista. Esattamente come questa recensione. Il disco tuttavia, va da sé, è molto più bello.

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