Godflesh – PURGE
Recensione del disco “PURGE” (Avalanche Recordings, 2023) dei Godflesh. A cura di Sara Fontana.
Ah, la brutalità dei Godflesh, distinguibile tra mille, che torna dopo sei lunghi anni dalla loro ultima uscita, “Post Self” per risuonare in queste note di “PURGE” che escono dalle casse del mio impianto con un certo livore.
Ogni volta che ascolto i Godflesh nutro un po’ più amore per l’Inghilterra, terra di monarchici geriatrici e conservatori, che ha però prodotto artisti di un certo calibro, forse per un contrasto naturale dell’essere umano. Dopotutto è dal disagio che nasce la temibile e crudele bellezza artistica, e se non è un disagio nel 2023 avere ancora un re o un dittatore a governare le sorti del popolo, cos’altro dovrebbe esserlo? Ah sì, il gossip e il merchandising ad esso legati! Ma torniamo ai Godflesh, che è meglio. Questo album si impone con una certa cattiveria battagliera schiacciando ogni tipo di voglia di vivere, ogni gioia possibile e frivolezza sotto una marcia di chitarra e basso che: dov’è che si firma per unirmi a questo esercito musicale? Vengo anche io!
Si sentono forti i rimandi a “Pure” e di fatto pare che “PURGE” ne sia il diretto erede, almeno in quanto ai suoni e alle tematiche che li rappresentano, coi ritmi ripetitivi dei riff, con le grida da uomo di porto o da maledizioni da operaio in catena di Justin Broadrick che si alternano alle sue soavi quanto tristi melodie, il martellare della batteria e la cattiveria del basso di G. C. Green. Sembrerebbe naturale, dopo ascolti simili, sentirsi depressi, invece a me capita il contrario con il duo di Birmingham che è per il mio subconscio la voce che riesce a gridare nella stanza.
Proprio perché da considerarsi un continuo di qualcosa di già iniziato, questo album non aggiunge nulla di nuovo alla discografia dei due musicisti, è semplicemente l’ultima (attesissima) uscita. Prendere o lasciare e io lo prendo ben volentieri, anzi, quando è finito potrei ascoltare anche tutto il resto della discografia.




