JeGong – The Complex Inbetween
Recensione del disco “The Complex Inbetween” (Pelagic Records, 2023) dei JeGong. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Del cosiddetto “motorik” Klaus Dinger dei Neu! ebbe a dire: “È un ritmo molto umano. Mi piace definirlo ‘rettilineo senza fine’, come fosse una fotografia.” Possiamo dare torto a Dinger dei Neu!? Sia mai, in fin dei conti a disumanizzare le figure ritmiche proprie di quello che la stampa specializzata definì krautrock – facendo andare su tutte le furie molti di coloro che ne facevano parte – ci pensarono i Kraftwerk, che comunque da lì arrivavano, prima di tramutarsi in manichini robotici.
Ciononostante che le linee rette di batteria incessante che sentiamo in brani di Can e compagnia briscola riportavano inevitabilmente l’attenzione sulle macchine, precise, perfette, senza sbavature, in anni in cui il suono delle città veniva introiettato in musiche a volte piene di umanità, altre in cui questo essere esseri umani (perdonate il bisticcio linguistico) veniva meno. Sul calore con cui Dahm Majuri Cipolla percuote il proprio drum kit non dovrebbero esserci soverchi dubbi, essendo lui compagno dei magmatici crescendo dei Mono, quindi un po’ di verità la si trova, di certo anche nei JeGong, condivisi con Reto Mäder che, pur riprendendo le configurazioni create da Dinger e del compianto Jaki Liebezeit, ci mettono una bella dose di carne, nervi e sangue, fermo restando quel sentore di industria pesante e autobahn è rimasto e per rendersene conto basterebbe vedere il video di Come To The Center, singolo apripista di “The Complex Inbetween”.
Sicuro come l’oro è un “rettilineo senza fine” quello che il duo disegna nelle otto tracce che compongono il secondo disco, quello più difficile nella carriera di un artista, sempre ammesso che all’artista fotta qualcosa di renderlo noto. La leggerezza non è invece contemplata, si fa piuttosto fatica a non rimanere invischiati nelle bordate sintetiche che vanno a braccetto con la batteria, spesso così tanto oscure e spaventosamente non-umane che del motorik e delle implicazioni robotiche-non robotiche di cui sopra ci si dimentica in fretta. La componente macchina tocca a Mäder, che massacra melodie a ruota libera fino a far pensare che ci sia del Goblin in questo JeGong (“cosa ciera in kuel Night Screaming Moves?!”, mematio non petita, accusatio manifesta), mentre Cipolla macina chilometri su chilometri con lentezza esasperante, beat metallurgici inseriti senza sforzo in una seduta di ipnoterapia, ad libitum elettronici da incubo camminano paralleli a elucubrazioni ambientali esangui, in equilibrio mai precario, e riecco l’autobahn dei sogni, questa volta, pulsante e vibrante di tangerinedreamiane sensazioni e spazialità mantra filosofiche cosmiche assortite (come da copione di riferimento). Buche poche, scossoni solo interno automobile.
Che poi il disco suoni “datato” è volontà assoluta anzi, ricalcolo, i dischi usciti nei Settanta erano così tanto avanti che se ora suoni sulle stesse coordinate viene rispedito laddove il futuro era esplorabile, e quindi ora che è arrivato ai giorni nostri si è riallineato. Sarà poi mica un problema? Viviamo o no nell’epoca del recupero sfrontato? Sì (si spera solo che non diventi una moda come quella del re-re-revival post-punk). Va da sé che questa è musica “for fans only”, sul serio, o ci sei dentro con tutte le scarpe o difficilmente ci entrerai. Io sono tra quelli che sono affondati, quindi promosso.
E viva il motorik. Scusa, Klaus.




