King Krule – Space Heavy
Recensione del disco “Space Heavy” (XL Recordings, 2023) di King Krule. A cura di Piermattia Vantaggi.
Era l’ormai lontano 2013 quando un ragazzo dai capelli rossi, esile ma con una voce davvero importante, faceva il suo ingresso nel mondo della musica con “6 Feet Beneath The Moon“, un disco magnifico che al tempo spiazzò chiunque.
La sua musica era strana, una particolare commistione tra indie rock, jazz, industrial, hip hop e chi più ne ha più ne metta. Col passare degli anni le sue canzoni cominciarono a riscuotere un grande successo e lentamente King Krule iniziò ad imporsi come uno dei cantautori più interessanti della scena indie contemporanea, proprio perché tutto ciò che produceva e produce, nel bene e nel male, era ed è totalmente controvento e assolutamente personale. Siamo ormai nel 2023 e Archy Ivan Marshall, questo il vero nome del cantante, torna con “Space Heavy” un disco di quindici tracce che condensa tutto il lavoro fatto finora dall’artista londinese.
Anticipato dal primo singolo Seaforth, il cui videoclip è stato girato Jocelyn Anquetil, il nuovo album di King Krule è ancora una volta un colpo messo a segno. Non c’è praticamente nulla di catchy in questo nuovo disco, l’artista se ne frega totalmente di essere radiofonico o commercializzabile. “Space Heavy” è invece un concept album sul concetto di spazio intermedio, sui viaggi che compiva lo stesso Marshall tra Londra e Liverpool, le due città che chiamava casa. Essendo un disco che, a mio parere, va ascoltato e giudicato nella sua interezza, è chiaramente merce rara di questi tempi: siamo infatti abituati ad un inesorabile declino della soglia dell’attenzione del “consumatore”, in poche parole tutto, anche l’arte, deve essere veloce, di agevole fruizione e soprattutto facilmente vendibile sui social media. Gli album nella loro totalità ormai valgono poco o niente, ciò che conta sono solo e unicamente i singoli, adattati con mestiere alle esigenze del pubblico.
Musicalmente parlando siamo di fronte a un lavoro squisito, particolarmente elegante, grazie alle sue atmosfere urbane, le sue diramazioni jazzistiche, i suoi soli di sax e gli eterei cori femminili. Marshall però non ha paura di sfociare in sonorità decisamente più crude e fangose, come nel brano che da nome al disco Space Heavy o in Pink Shell, dopotutto si percepisce a più riprese quanto lui sia figlio dell’indie rock britannico e di un certo modo di fare musica. Anche i testi giocano un ruolo centrale nella riuscita dell’opera, a tratti malinconici, a tratti psichedelici, riescono sempre a riempire le tracce con grazia e spiccato senso poetico.
In conclusione, si può affermare che la nuova fatica di King Krule sia assolutamente riuscita. Ci troviamo di fronte a quello che forse tra qualche anno sarà un classico? Difficile dirlo, non è nemmeno così tanto importante dare una risposta a questa domanda, quello che si può affermare con certezza però è che Archy Ivan Marshall non è solo talentuoso, ma è riuscito a creare, attingendo dal sostrato musicale odierno, uno stile incredibilmente personale, che lo rende a tutti gli effetti una delle realtà più importanti della musica rock contemporanea, nonché un anti-hitmaker per antonomasia.




