Squid – O Monolith
Recensione del disco “O Monolith” (Warp, 2023) degli Squid. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Cristo santo, “O Monolith”.
Basta l’arpeggiatore che apre l’album per dare adito a una bella imprecazione. Swing (In A Dream) sarebbe un sogno dalle curve Rococo (per citarne il testo ispirato da un sogno del cantante/batterista Ollie Judge) se non ci fosse quella coda acida di chitarre digrignanti e incattivite. Non sempre i sogni vanno come desidereremmo andassero, è più probabile si distorcano fino a diventare incubi.
Gli Squid però un sogno lo hanno già avverato e avverano quello di chi si è legato loro dopo il formidabile “Bright Eyes Green”, dal cui tour nasce la seconda fatica. Se già post-punk non lo erano prima, nonostante siano stati infilati in questa “new wave” composta spesso da robaccia svenduta come genio (eccezioni poche, qui già ripetute: Gilla Band, black midi, Yard Act), ora lo sono meno che mai. Qui è di casa il prog nella sua accezione più “art”, spesso e volentieri nemica dei proghettari più indomiti. Poco male.
Se uno non avesse tutte le informazioni a portata di click scambierebbe il quintetto di Brighton per una delle band che fecero il suono del rock cosmico in terra teutonica negli anni ’70 di ritorno da chissà dove, sbagliando giusto millennio e connotazioni geografiche. Sentite Siphon Song, che trip allucinato e la voce robotica di Judge che “I log onto a website, where a 2D flame surrounds the building I’m in now ask ‘Do you see the bodies?’”, ritmo motorik in crescendo, elettricità statica e morbosa, placida come un maremoto. Tornate un secondo a Devil’s Den, intro di velluto con una vena di chitarra che sembra presagire il peggio, che arriva, scoppia tutto in movimenti operistici coi fiati detonanti, il Fairlight che rinfocola le fiamme, la band a menare randellate e progressioni gigasferiche.
Che sia l’aura di Peter Gabriel che aleggia negli studi Real World in cui gli Squid danno vita al disco? Anche, ma non solo (questa volta citando il Buddha di Palermo di Cinico TV), ché a questi giovani matti non serve uno spirito per tirare fuori tutto questo. Tutto questo è anche il funk steroide di Undergrowth, col refrain pronto per la camicia di forza, come le svisate chitarra+tromba+synth, Borlase e Pearson che paiono i gemelli Belew, prima corporei, storti, appuntiti e deliranti e un attimo dopo fantasmatici a infestare lo spazio circostante a riempire il vuoto. Lo fanno anche nell’assalto frontale di Green Light, anzi, se possibile prendono le sei corde e le straziano fino al limite estremo del lurido garage punk di periferia del mondo. Quante volte avranno ascoltato “Kid A” e “Hail To The Thief” per imparare così bene la lezione e tirare fuori una fucilata come The Blades? Dicono di non badare al rumore che viene da fuori, in fondo basta quello che una canzone “pop” come questa, dalle melodie scintillanti può produrre, sacrificate al crescendo atonale che arriva per divorarle.
Che poi il punto è questo: gli Squid sono ben oltre le influenze e le singole parti che compongono il tutto. Sono chiaramente nobilitazione della somma e dell’idea di gruppo. Riescono a concepire canzoni (proprio in forma canzone) e farle suonare come suite d’avanguardia, come ben dimostrano (ulteriormente) nella finale If You Had Seen The Bull’s Swimming Attempts You Would Have Stayed Away, un pezzo doo-wop imperniato sull’enorme basso di Nankivell che si gonfia bucando le casse, un pezzo corale espanso dall’ensemble vocale Shards, un pezzo con suoni completamente alienanti che escono “dalle fottute pareti”, un pezzo cantabile. Cantabile.
Capito dove sta la differenza tra gli Squid e tutti i colleghi di questa nuova generazione?



