Tinariwen – Amatssou

Recensione del disco “Amatssou” (Wedge, 2023) dei Tinariwen. A cura di Simone Grazzi.

Avete idea cosa significa recensire un disco che ti ha deluso? Che hai aspettato tanto e che non ti è piaciuto?

Esistono cose peggiori, lo so, non serve sottolinearlo. Spaccare pietre in un penitenziario del Tennessee a 30 gradi all’ombra è chiaramente peggio. Aprire la finestra in una delle prime serate vagamente primaverili e sentire gli echi del vicino concerto dell’ennesima mezza calzetta onnipresente sulle frequenze dei grandi network è senza dubbio una ferita più profonda. E diciamolo, anche organizzare la cena del venerdì sera con gli amici tramite la chat di whatsapp può essere una situazione decisamente più complicata e faticosa da gestire. Quindi adesso mi ricompongo, chiudo la finestra così non sento il concerto della mezza calzetta nello stadio vicino, torno nel mio ruolo e provo a dire la mia sul nuovo album dei Tinariwen.

L’undicesima fatica discografica della band nata sulle sabbie del deserto non regala questa volta nessuna traccia davvero significativa e degna di nota. Nessuna evoluzione rispetto al passato, nessun nuovo orizzonte esplorato, solo e soltanto le solite dune di sempre. Per carità, non esiste certo la necessità di scuotere ogni volta i pilastri del tempio della musa votata alla musica per poter definire un disco un ottimo album e senza dubbio il livello di questo nuovo lavoro rimane altissimo, ma ciò che si percepisce fin da subito e che viene confermato poi dagli ascolti successivi è che manchino proprio quelle canzoni capaci di trasportarti su quelle ieratiche dune sperdute e immerse in quei territori in cui il collettivo capitanato da Ibrahim Ag Alhabib ha saputo miscelare la musica tradizionale tuareg, il rock e il blues in un unico meraviglioso sospiro.

Di altissimo livello le collaborazioni, tra queste troviamo quella con il chitarrista Hicham Banhasse, qui praticamente come vero e proprio membro aggiunto alla band, quella con Fats Kaplin, presente in numerose tracce e quella, senza dubbio più curiosa, con Wes Corbett che suona il banjo nel brano di apertura Kek Alghalm. Quella però a mio avviso più significativa è con il maestro Daniel Lanois e, sinceramente, non poteva essere altrimenti. Cosa vuoi dire ad un produttore e musicista con il curriculum come quello del Signor (la S è rigorosamente maiuscola!) Lanois? Il suo è l’unico contributo che riesce davvero ad aggiungere nuove direzioni ad un disco che altrimenti suonerebbe esattamente come un album già ascoltato dei Tinariwen, privo però di quella stratificata capacità di trasportarti in altre dimensioni.

Amatssou”, che in lingua tamashek significa “oltre la paura” è come quei capitoli di passaggio di un romanzo che ti ha incuriosito dall’inizio, stravolto nel suo sviluppo centrale e che in attesa del suo finale, ti propina qualche momento di ampie descrizioni di cui alla fin fine se ne sarebbe potuto fare anche a meno. Le atmosfere sono come al solito molto delicate, ipnotiche, raffinate e solenni, ma quella sacralità e maestosità di certe canzoni del passato qua non trovano traccia. Le sole Tenere Den, Arajghiyine e Jayche Atarak hanno in parte scosso la mia attenzione quasi a farmi credere che forse qualcosa sarebbe successo ma non è accaduto.

E lo dico davvero con dispiacere perché io su quelle dune, sperdute nel deserto, avevo voglia di perdermi anche questa volta.

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