Boris & Uniform – Bright New Disease
Recensione del disco “Bright New Disease” (Sacred Bones Records, 2023) di Boris e Uniform. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Mentre scrivo sono reduce dal concerto che i Boris hanno tenuto al Jazz Is Dead e l’adrenalina scorre ancora alla velocità della luce attraverso il corpo. Sono la tipica band senza età (ma con trent’anni di carriera sul groppone) che arringa il pubblico e butta giù le mura di ogni locale in cui atterrano, manco fossero alieni. Quello di ieri è stato uno spettacolo heavy metal in piena regola, con Atsuo al microfono a ergersi di fronte a una folla adorante completamente impazzita, un vortice di gambe e braccia dinnanzi al quale un semi-dio giapponese (una delle ottomila e fischia divinità shintoiste, se preferite) si muoveva con gesti misurati e oltre il limite della teatralità. È questa la dimensione borisiana degli ultimi tempi.
Sempre i tour nel 2019 i tre di Tōkyō hanno incrociato la propria strada con gli Uniform. I newyorkesi sono comparsi dal nulla nel 2015 e hanno preso l’argilla industrial, ci hanno pisciato sopra e l’hanno rimodellata a proprio piacimento, anche se non sempre ad alti livelli, fino a diventare uno dei punti di riferimento della violenza sonora che manca sempre più, soppiantata da una sequela infinita di band incolori e indolori. In questa occasione i Boris hanno imparato molto da Ben Greenberg, Michael Berdan e Mike Sharp e viceversa, con Ben gasato oltre il limite dal chitarrismo di Wata, tanto da volerne imprimere le “battaglie” incrociando le asce anche su disco, un disco condiviso, viziaccio che Sacred Bones continua ad avere, quello di pubblicare combo di kaiju infernali che si incontrano in un sol luogo.
Come molti artisti insegnano, senza dolore e disperazione, entrambe sensazioni fin troppo presenti nel 2020: pandemia, lockdown, isolamento e, per il sestetto, “Bright New Disease”. Copertina perfetta, con la testa di Berdan rinchiusa in una gabbia per uccelli, espressione deformata da un grido disperato e fuori Atsuo alle prese con una natura morta che tutto sembra tranne che invitante. Diciamo subito che i Ministry sono anni che provano ad amalgamare il proprio sound primitivo a uno più puramente thrash ma con scarsi risultati (eppure piacciono, e non me lo spiego), mentre a questi riesce alla perfezione. Chiaramente l’esperienza condivisa fa la differenza, ma un trittico di partenza come You Are The Beginning, Weaponized Grief e No Al e soci se lo sognano: sferragliare di chitarre, le due batterie che vanno a fuoco, grida scimmiate al massimo, iniezioni black metal e una dose letale di rumore e fuzz assassino tanto assordante da risultare persino fastidioso. Un carnaio.
Sarebbe fin troppo semplice se per torturare l’ascoltatore si utilizzasse la sola arma del metal sparato a velocità smodata e dunque l’ensemble si inerpica in direzioni astruse, passando dalle sinuosamente laide Narcotic Shadow e A Man From The Earth, conturbanti supposte darkwave/glam, quelle ambient, dilanianti e sospese di The Sinners Of Hell (Jigoku), un gorgo infestante di suoni che di etereo non hanno proprio un bel niente ma che sanno di luce sporca di fuliggine che nevica da un cielo malato, sentimenti gemelli del lordume totale che imbratta la conclusiva Not Surprised, processo esplicativo di una rabbia incontrollata che, pur mitigato da anni di terapia, si manifesta sempre nei giorni più oscuri.
Come spesso accade, gli album collaborativi dei Boris, quali che siano i compagni di viaggio, suonano come se ci fosse una nuova creatura alla guida del veicolo fuori controllo, senza nome, volendo, che non rende necessario ci sia una “&” tra i due nomi coinvolti. Suoni calibrati per l’apocalisse mischiati in un un’unica matassa di follia imbattibile. Ogni elemento lavora per il totale, nessuno mette i piedi (sebbene l’individualità resti inalterata) in testa all’altro ma, come si evince, predilige ficcarli dritti in faccia a chi ascolta.
“Bright New Disease” non fa eccezione, anzi, è uno degli esperimenti meglio riusciti.




