Queens Of The Stone Age – In Times New Roman…

Recensione del disco “In Times New Roman…” (Matador, 2023) dei Queens Of The Stone Age. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Allora i Queens Of The Stone Age sanno ancora come si fa.

È questo il pensiero che ha attraversato la mia mente da parte a parte dopo aver ascoltato per la prima volta Carnevoyeur. L’altro è stato: “Calma, calma”. I QOTSA non sono nuovi ad oscillazioni che vanno da dischi titanici a mosciume tipo calzino ripieno di liquidi di provenienza sospetta rinvenuti da una notte di bagordi 90% rimpianti e il restante un odore non proprio gradevole.. È accaduto di recente con “…Like Clockwork” e “Villains”, uno rinfrancante dopo la penuria di “Era Vulgaris” e, pensavo, fine dei giochi per una band che ha dato tanto, se non tutto, al rock moderno, mandando in soffitta lo stoner come genere e prendendosi quel che di moderno poteva dare l’altro genere, quello di cui sopra che tradotto letteralmente vuol dire roccia. Il rischio c’era, e pure tanto, contando pure lo stop prolungato.

“Ma che calma e calma, cazzo!” (questo il terzo pensiero, quello sbocciato al secondo numero uno), il disco parte e la porta viene spazzata via dalle chitarre sono dei tritarifiuti e i rifiuti sono tutti coloro che si mettono di traverso a Josh Homme e la sua ghenga al gran completo (Van Leuuwen, Theodore, Ferlita, Shuman) avvolta nella pelle nera delle giacche sotto il sole cocente, sudore acido che cola sulle mani. Suoni come armi che sbucano dal soffitto e friggono l’intruso oppure diventano spettri che tornano da un viaggio tra dune orrorifiche e fredde, archi maligni usati come katane e ritmi che massacrano in mid-tempo, ché non serve andare veloce per fare male, anzi, è preferibile che il dolore inflitto refluisca con lentezza, magari non esasperante ma sufficiente per una discesa tra gli inferi più caldi. Suono oscuro per momenti merdosi, senza compromesso alcuno né decenza, storto e outsider all’occorrenza, melmoso e sludge, eccessivo nel suo essere minimalismo massimalista e con un goccio psicotropo che non guasta mai. Una bestia difficile da domare.

Bonus: qui non trovere il solito “stupido sexy” (Flanders? Futuro? Ma non bestemmiamo) Homme, nemmeno quando dovrebbe (tipo in Sicily annuncia “I live between your legs”, salvo poi decantare l’effetto venefico dei sentimenti) il suo livore si sente anche senza leggere i testi, ma se lo fate troverete tutto un compendio sull’amore che distrugge, la demolizione dell’ego (altrui), un concept-non concept sulla crudeltà infinita di chi popola questo pianeta già bell’e che morto cantata tra falsetti raggelanti e incursioni semi-baritone, dita piantate nelle orecchie (il “Going deaf deliberately” di What Peephole Say, che è solo una delle tante instant classic) e su per il culo, faccia a faccia con la malattia, quella che divora dentro e fuori.

Ci voleva, un disco così ci voleva. Un disco sporco che liberi il rock dal suo torpore (suonate al citofono degli amici Foo Fighters finché non si ripigliano, perché lì si dorme della grossa), pericoloso, smargiasso, incattivito dal mondo e che non teme di mandarlo al diavolo senza mezzi termini, rischiando anche di offendere. Non è forse questo il punto? Quel senso di sicurezza mancante che fa di un album qualcosa più di un tot di canzoncine messe in fila buone per giustificare un tour.

We’re all alone…In times new Roman, no allegiance

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