Rigolò – Aliante

Recensione del disco “Aliante” (Antropotopia, 2023) dei Rigolò. A cura di Bob Accio.

Ascoltare i Rigolò è continuativamente un’esperienza di valore, eterea e itinerante che fortunatamente ho il piacere di vivere. Ricordo quando recensii il loro favoloso “Tornado“, fece breccia nel mio animo con vigore e passione, poi rinnovate, giacché quel disco riesce ancora a trovare posto nei miei ascolti.

Il mood che creano i Rigolò è unico e particolare. Li ricordo live, una notte a Terracina (LT), dal palco alto pochi centimetri dal suolo, nella calura estiva stemperata dalla brezza che ristorava i tegumenti; ma soprattutto ricordo la malia sprigionata dagli strumenti: la band restituiva tutta un’energia trasversale densa di sensazioni riproponendo “Tornado“, forse anche meglio della registrazione da studio.

Ascoltare “Aliante” fa ritrovare l’ascoltatore al centro di una tempesta di soffioni, o alla stregua del copioso svolazzio delle farfalle bianche, riversate dal palco dell’Hyde Park il 5 luglio 1969 prima dell’attacco della winteriana “I’m Yours, She’s Mine”, durante il free concert dedicato dai Rolling Stones alla memoria dell’appena scomparso Brian Jones. E non sono particolari da sottovalutare.

Il processo di composizione dei Rigolò, quartetto di Ravenna di lunga esperienza, in “Aliante” si ravvisa in maniera più raffinata che mai (Rainbow; War Is Yet To Come; Who Calls Me). Qui Carella & Burnazzi si lanciano in corsa dalla rupe dell’ispirazione e, invece di cadere a piombo nel vuoto, gli spuntano le ali per intraprendere, mano nella mano, un solare volo ultra-sensibile e panoramico.

Il vivace sincopato che affiora dai pezzi è uno dei particolari segni distintivi del combo (Be Right), ben caratterizzati dal violoncello di Genni Burnazzi, tant’è che il ritmo di Beautiful Grace, alletatta dal bel cantato di Andrea Carella, avvolge e suggerisce brividi emozionali folk wave. “Aliante“, la leggerezza del titolo scelto, si oppone alla copertina del disco in cui è fotografato un ragazzino che galleggia a pancia insù disteso sul trasparente mare che riflette le nuvole, alimentando un connubio immaginativo e prospettico di grande suggestione, avvalorato dalle otto canzoni che si susseguono in lizza.

Se “Tornado“, del 2018, aveva strutturato delle tendenze di realizzo di un’unicità tutta italica (o ravennate) di espressione, in “Aliante” queste diventano certezze spumose e possenti, irradiando il corpo musicale di venature pulsanti che portano ossigeno verso la terra di Albione, percorrendo prima la San Vitale e facendo una capatina in Occitania, attraversando in seguito la Normandia e raggiungendo infine l’isola del trifoglio verde (Who Calls Me).

Le armonie spiccano tutte vincenti, proprio come quelle dei Beatles: Burnazzi incanta pure col timbro vocale a cui sottende l’orchestrazione magica della danza strumentale in atto e Carella fa esattamente la stessa cosa, imbrigliano nelle tessiture incantate che espugnano l’ascoltatore (Rainbow).

E ditemi cosa intendete quando pronunciate la parola poesia, perché l’attitudine rintracciata lungo “Aliante” è creativa oltremodo. Le rare ingraziate progressioni ritmiche, specie in Leaving The Cockpit (benché in via generale si peschi nel pop, ibridando ambientazioni da musica classica, indie rock e dream wave), fanno montare nella loro veemenza su un treno ad aria compressa.

Un album che fa venire il nodo in gola dovuto alla straripante freschezza esecutiva e melodica, dove la formula segreta messa al servizio della band viene custodita dai pilastri della sezione ritmica (Reggiani Romagnoli, bass, e Napolitano, drums e pad), che ne sorreggono e accompagnano sia le evoluzioni, quanto le diverse screziate commistioni sonore, immaginando questi due essere amici fidati che per congiunzione astrale si è incontrati lungo il libero vagabondare in cammino su strade poco battute.

I Rigolò seminano i campi dell’invenzione ed è facile intuire fantasiosi sviluppi del loro concept sonico.

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