Black Duck – Black Duck
Recensione del disco “Black Duck” (Thrill Jockey, 2023) dei Black Duck. A cura di Simone Catena.
Il progetto Black Duck riunisce tre delle menti più geniali del panorama musicale americano, sponda Chicago: il chitarrista e compositore Bill MacKay, il bassista Douglas McCombs (Tortoise) e il batterista jazz Charles Rumback. Il trio inscena uno spettacolo teatrale e narrativo d’altri tempi attraverso sonorità sperimentali che prendono il sopravvento all’interno di un vortice improvvisato e dall’alto tasso tecnico, esplorando al tempo stesso un flusso di suoni giocosi ed espressivi, passati attraverso un’attenta fase di produzione. L’album di debutto omonimo, prodotto da Thrill Jockey, delinea un toccante e interessante mosaico ricco di spunti notevoli, un avvincente cammino verso diverse sfumature sonore che immergono l’ascoltatore in un’ampia e tempestosa produzione di nicchia.
Ad aprire il lavoro troviamo il ritmo soffice di Of the Lit Backyards e lo fa con un arpeggio malinconico e rilassante, che si incastra nel tempo sospeso delle percussioni e a rilento crea una sensazione accogliente grazie a tocchi autentici e sentiti di chitarra. Segue il misterioso e breve passaggio di Foothill Daze, un contrasto acuto e silenzioso che traghetta verso la melodia rocciosa scolpita in Delivery, un brano graffiante che spinge forte sugli accordi ruvidi in un oscillante timbro danzante. Qui riusciamo a captare i primi segnali grintosi che danno uno slancio audace alla batteria e portano il sound a solidificarsi sempre più. Su Second Guess, invece, il tiro torna a farsi sensibile e spensierato, in lontananza si avvista un gioco mistico in forma libera che si apre al passaggio emblematico e tecnico della struttura. Una traccia che si basa sul tocco sensazionale dei tamburi, pulsanti di una vita lucida e emozionante. The Trees Are Dancing infine chiude la prima parte dell’album con una composizione importante, la migliore per la sua intensità lucente e che riempie lo spazio di intensità e di grande qualità grazie ai deliziosi e un contrasto unico.
L’introduzione di Thunder Fade That Earth Smells mette in mostra le qualità sperimentale del gruppo grazie a uno sgangherato giro di chitarra e alle distorsioni che si perdono man mano che il brano volge al termine. I rumori di fondo poi impreziosiscono l’atmosfera, e la batteria genera ansie e calore intenso. Prima di chiudere, Lemon Treasure si sviluppa su un incipit riverberato in cui il timbro della chitarra è impreziosito dallo slide e dal basso corposo rendendo il brano davvero avvincente. Chiudiamo con la leggerezza di Light’s New Measure che ci riporta a una direzione più morbida e si spegne lentamente in un ambiente sicuro e sottile.
I Black Duck si portano dietro un bagaglio lussuoso di immagini e le racchiudono in uno splendido album.




